Nel dente del fiore la ricchezza del poco.
Questa cima di cielo, questa orma che lega
la tigreterra alle sismiche condotte, sfida al bagliore.
Pure esistono queste minime dita,  un passo
in minore che conduce bocca alla bocca.

Occorre non dire; mutare le meraviglie
in cristalli di bava, sentirli scendere in gola
con il solo rumore di fame. Nessuna vastitudine
ha più vastitudine  dell’ammalarsi del corpo
quando rapisce di luce. Una pace interrotta
annoda corpo a diluvio, che conducendo arresta,
che chiudendo fa strada. Nessuna grandezza ha forma
più grande di questo umile poco – un altissimo niente
che chiama a sé.

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