Le dita composero lievissimi cieli

che caddero su boschi ignoti

come la neve.

Nomignoli a greggi  distesero viali

aperti alle lampare.

Le bocche si accesero nel rito della notte.

Discepole furono le soglie.

Discepolo il tempo con le sue cave infinite.

Quanta bellezza nei granai delle gole!

Campi di salvia disposero le ali a cerchio,

per quelle spighe, per quegli aerei chiarori

farne corona per le spose.

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karena goldfinsh

 

 

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E decise di fermare la pendola

voleva mantenere tutto come in una provetta.

Decise di non sentire più

più niente. Decise di non volere

di non ascoltare più

da dietro il vetro gocciare

il tempo di quei tic

oscillante intorno all’asse del vuoto. Il suo vuoto.

Dentro la scatola intercettava giornate e ore attimi

istantanee della sua assenza

le incernierava al silenzio del legno come vespe tramortite

le teneva sospese ad un favo di carta

pesta come la neve quando cadendo

disfa i pesi delle cose e queste si frangono

dentro il suo corpo bianco segni

di una vergine misura di assenza

una vertigine di impronte senza orma.

Decise di fermarsi

sull’orlo del suo precipizio .Ma. Vide

da lì, un istante prima del baratro, che un fiotto

continuava a sgorgare

da un nodoso bastone

conficcato nel cielo

da qualcuno di cui non si riconosceva l’origine, la natura, né il peso. E.

Capì, si rese finalmente conto che quel corpo

lasciato a lungo esposto al tempo e al suo silenzio

ne aveva incorporato un battito meccanico

celeste sì

ma non aveva dentro il vento.

Soffiò. E tutto ricominciò

come se nulla si fosse mai inceppato.

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fernanda ferraresso – 31 dicembre 2011

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

olga bakhchenvan

 

 

 

 

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