Vene di noccioli selvatici e creste di robinie fondavano l’altopiano.

Picche di sole scolpivano una a una le soglie su cui l’erba avrebbe posto piede.

Si andava nel fieno:  la gerla confitta alle risa.

Il torrente scoccava pietra su pietra  ombre cavalcate dalle foglie, che  reclinavano il capo in un  quieto abbandono. Non noi, che restavamo appesi alla luce, fino a tardi, nel corpo delle cicale e di un pensiero di ingiuria e torpore. Ognuno un passo e un respiro.  

Incanto era un girino in una pozza in cima al sentiero, dove le capre andavano a bere.

La remissività era solo del bosco, anche quando il suo rombo saliva la notte a confondere le diverse altitudini con cui restare a guardare dai vetri.

[…]

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