La mia stanza era in cima a tre rampe di scale, appena sotto il solaio,  sull’ala ovest della casa grande di mio nonno. Le scale erano fredde anche in estate,  mute anche quando i giochi di noi bambini provavano a disfare il silenzio.

La ringhiera in ferro mi teneva lontane le mani. Salivo di corsa per fare prima a entrare nella pancia buona della casa. Mi toglievo le scarpe, aprivo le ante. La finestra dava su un ballatoio non più largo di mezzo metro che correva lungo tutta la metà dell’edificio: la parte più vecchia. I larghi muri in sassi erano tenuti insieme da calcinaccio. Aveva pavimenti e soffitti in legno con travi a vista sui fori delle termiti che lasciavano cadere polverina marrone su lenzuola, cassapanche, orinatoi. Il pavimento ritornava voci smorzate, bisbigli di segreti bui.

Dopo la mia, sullo stesso piano, c’erano altre due stanze. La più vicina era quella dei formaggi dove mio nonno teneva gli stracchini a stagionare. L’odore buono mi veniva incontro già sulle scale, un profumo di latte e burro che si univa a quello del legno. Un tempo aveva ospitato la camera di uno zio nato storpio.

Lo vedevo di rado ma abbastanza per sognarmelo di notte trascinare sulle assi la sua gamba deforme, battere il muro col moncherino della mano offesa. La bocca era una smorfia che gli faceva più piccoli gli occhi. La maggior parte dell’anno lo passava in un ospizio per gente senza nome. Tornava a casa in occasione del Natale,la Pasqua, poche altre feste comandate. Avrebbe voluto rendersi utile, ma mio nonno non gli permetteva di mettere mano agli attrezzi che c’erano nell’androne prima della cantina. Quello era il posto che preferiva. Alfonso, suo fratello, lo utilizzava come laboratorio; ci costruiva cassapanche, sgabelli, credenze di ogni forma e misura.  Ma quello che richiamava l’attenzione dello storpio erano dei piccoli oggetti che Alfonso intagliava da assi di legno di scarto. Così lo osservava fiorire, da quei nodi di asse, cani, gatti, mandrie intere di mucche oltre a tutta una serie di animali esotici come giraffe, dromedari, iguane che lo incantavano per la loro strana forma. Passava lì la maggior parte del suo tempo. 

In estate, aiutava nel fienile; nella mano sana teneva una forca, infilzava le balle e le scaricava nel centro della casa. Io scendevo dal campo insieme a mio cugino, le spalle  piegate sotto il peso del fieno. Era faticoso, ma era uno dei nostri giochi preferiti. Ci lanciavamo insieme al nostro carico nella bocca del fienile, ancora e ancora, fino a che il pulviscolo ci faceva starnutire. Cercavo di ignorare il ghigno di quello zio diverso  che sembrava ridere dei nostri salti e che invece pensavo avrebbe volentieri voluto infilzarci.  E’ morto in ospedale per una banale appendicite. Lo avevano portato le suore dell’ospizio; da alcuni giorni si lamentava di avere mal di pancia, ma lì tutti si lagnavano di qualcosa e nessuno aveva tempo di far caso a un deforme.

Poi è toccato a me. Avevo undici anni e non ci dormivo la notte. Non volevo morire come lo zio storpio, non volevo che mi tagliassero la pancia, che mi ficcassero dentro ferri arrugginiti e mi lasciassero a dissanguare. Stringevo i denti; il dolore mi faceva zoppicare. Dicevo a mia madre che mi ero presa una storta, ma lei aveva voluto farmi visitare. Ricovero urgente, ha detto il dottore quando mi ha tastato e mi ha fatto strillare dal male. Mio padre ci aspettava fuori con la cinquecento, pronto a ripartire. Non si doveva perdere tempo, il lavoro veniva prima di tutto  e lui si scocciava di aspettare. Mia madre ha ringraziato il dottore,  ha infilato di corsa le scale con me dietro che cercavo di non perdere il passo. Siamo saltate in macchina mentre mio padre borbottava qualcosa. E’ ripartito che lei aveva ancora la portiera spalancata.

In un sacchetto di plastica mi ha messo quattro paia di mutande, le canottiere, calzini, una camicia da notte. Per ultimo ha infilato un pacchetto di biscotti secchi, come avesse voluto farmi quella carezza che non sapeva darmi. Io la guardavo ferma sulla porta, mio padre pronto con la macchina accesa. In strada gli altri bambini stavano correndo per andare a scuola.

All’ospedale una suora tozza, col doppio mento e una peluria che le scendeva dal viso lungo il collo, mi ha accompagnata al mio letto. Mia madre l’avevo dovuta salutare in portineria. “I parenti ora non possono accedere ai reparti”, le aveva detto il donnone. “Quando tornerai a trovarmi?”, le ho chiesto prima che se ne andasse. “Forse domani, forse il giorno che ti operano resto tutto il tempo”, aveva detto lei. Ho annuito. Sapevo che non era vero, ma lei come me aveva bisogno di crederlo. Mi  ha guardata con la tristezza rassegnata dei contadini. In quel momento l’ho odiata. Ho odiato  il suo starsene ferma, appena discosta dal muro, stretta nelle spalle.

Il corridoio era largo almeno quanto il cortile di casa mia. C’era odore di disinfettante e di chiuso. Le stanze si aprivano su quel silenzio senza respiro. Un paio di carrozzine erano appoggiate al muro, una giovane infermiera spingeva un carrello coi medicinali. Mi è sembrato mi sorridesse quando le sono passata vicino, un sorriso di compassione che mi ha fatto abbassare gli occhi. La suora mi precedeva di tre o quattro passi, a  tratti si voltava, le sopracciglia inarcate. Aveva una voce che si prolungava negli occhi, li teneva fissi nei tuoi il tempo di dirti quello che doveva, senza aspettarsi repliche.

Lo stanzone era in fondo al corridoio, si apriva come una bocca infetta.

C’erano almeno venti letti poggiati lungo i due muri più lunghi. La monaca si è avvicinata all’unico vuoto. Le lenzuola bianche erano tese in una compostezza che accentuava la linea severa. 

Ho spinto forte la saliva in fondo allo stomaco, ho guardato quelle donne, i loro comodini con l’acqua minerale, flaconi di pastiglie, le salviette piegate in bell’ordine. Ho poggiato la borsa di plastica, preso le ciabatte, la camicia da notte. Mi sarei dovuta cambiare lì, in mezzo a vecchie sporche di urina e feci, pelate, intubate, fradice di dolore. Il loro brusio mi saliva come gramigna alla pelle. Ho tolto le scarpe,  mi tremavano le mani ma per niente al mondo avrei pianto.  La donna vicino al mio letto mi girava la schiena, forse dormiva. Fuori c’era il sole. Ho abbassato gli occhi, non volevo vedere come mi avrebbero fissato mentre mi spogliavo.

Durante la notte, un’anziana in fondo alla mia fila di letti ha cominciato a ansimare.  Non sapevo che ore fossero, mi sembrava passato un secolo da quando le suore  avevano spento le luci. Avrei voluto vedere il chiaro del giorno entrare dai vetri, ma era ancora notte fonda e quella vecchia che sbuffava mi toglieva il poco sonno che cercavo di tenermi chiuso dietro gli occhi.

Guardavo quell’andirivieni senza potermi sottrarre.  Le infermiere si affrettavano intorno al letto della malata. Le hanno attaccato dei tubi, una macchina con delle lucine rosse ha cominciato a pulsare. Con i loro zoccoli bianchi tamponavano il silenzio a fatica, sembravano preoccupate di non avere fatto bene il loro dovere. Poi è arrivato un dottore. Le infermiere si aprivano per lasciarlo passare come fosse il dio della notte; chiedeva spiegazioni senza preoccuparsi troppo di non fare rumore. Impartiva ordini che prontamente le assistenti portavano a termine. Ma niente pareva cambiare. La malata sembrava essere  viva  solo per quel pompare aria dentro la bocca che le gonfiava la pancia come una gomma di bicicletta.

Poco distante da me una paziente si era sollevata sui gomiti, sistemava il cuscino per meglio  appoggiare la testa allo schienale. Si era messa  a osservare tutto come fosse uno spettacolo  da raccontare il giorno dopo ai parenti. Le altre donne nei letti erano immobili. Invidiavo il loro sonno, il loro stare  lì come fosse tutto normale.

 Poi sono arrivate altre donne da fuori. Erano le figlie della malata. Una piangeva, un’altra si è chinata sulla madre, le ha baciato la fronte. Intanto la pancia della donna continuava a  gonfiarsi. Lievitava come una mongolfiera pronta a esplodere e a inondarci di fiele, budella, liquidi gassosi.

 C’erano i singhiozzi tenuti nei fazzoletti, e c’era una pancia grossa come una luna. Un odore di marcio mi saliva dal naso. Mi sono tirata il lenzuolo fin sotto il mento, l’odore mi pungeva dai capelli fino ai piedi. Poi la vecchia è morta, ha tirato un respiro più alto, un sibilo che si è ficcato nel soffitto, dondolava dall’unico lampadario spento. Lei è rimasta lì,  fissata come una boa al centro del letto. Le figlie piangevano forte.

 Non ho dormito quella notte, né le successive.

Le luci si abbassavano  sui corridoi, le donne smettevano i bisbigli; le suore passavano come gendarmi, con le loro cuffie bianche, le carni piagate sotto le vesti, mi dicevano “chiudi gli occhi, dormi”. Dentro la gola si gonfiava la tristezza. Guardavo il letto in fondo alla fila, vuoto. Vedevo l’ombra della morta muoversi sotto le coperte, le urla delle figlie sollevare il lenzuolo, la grossa pancia schizzare sui muri, colare in rossi bip dentro i letti. 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

jerry neulsmann

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