L’estate arriva improvvisa. Come l’odore del temporale, entra in cortile con l’arroganza di bambini invadenti.  La tempesta delle loro risa mi calca contro il muro che rasento fino a dove l’ombra apre la bocca. Mi lascio mangiare  dal silenzio come dal fitto del buio, gli occhi spalancati a seguire l’intermittenza delle voci, con uno scuro sentimento che fortifica torri d’alberi e uccelli.
Ma gli uccelli vengono imbrogliati dagli archetti.  Il richiamo li coglie in volo. Saltano di ramo in ramo seguendo la voce compagna, fino al raggiro del verme. Toccano terra con la leggerezza che appartiene loro. Allo stesso modo scendiamo al ruscello, controlliamo gli archetti uno a uno; come fossero more, cogliamo pettirossi e cardellini, alcuni pigolanti, altri già morti; stacchiamo le zampe spezzate,  con cura li riponiamo nella cesta. La corsa è nel ritorno, per la devozione di chi non conosce né leggerezza, né ali. Distendiamo gli uccelli sul tavolo. Qualcuno staccherà le piume, qualcuno succhierà le ossa.  Usciamo in cortile; l’aria è spessa del calore di agosto;  i bambini urlano e si rincorrono; la gioia è lì davanti , imprendibile.

 

cao li

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