Una pellicola di nebbia toglie frontiera alle cose. Rivi scendono fra le rocce in una continuità che li rende immutabili. C’è odore di larici da mordere insieme ai lamponi; il bosco cammina di fianco, lentissimo. Poi comincia a piovere. Una pioggia sottile che fa suonare l’aria di un colore lilla intermittente. Infilo il k.way, oggi non ho paura. La montagna mi tiene senza spaccarmi contro la sua visione aperta. I laghi non devono essere lontani, qualcuno li ha visti: staccano il passo in una piana di azzurro e cemento, alti cubi dell’enel, graspi di rocce abitati da tubi. La sento tuonare sotto, l’acqua. Ora che piove forte, ora che la nebbia cade dagli alberi e torna a gorgo su dalle pietre, ora sì, di nuovo, la paura. Un aquilotto stride vicino. Le foglie mosse dai grani dell’acqua sono bisce che corrono alla rinfusa. Non ha controllo il mio cuore. Né direzione. Ero così salda nella bellezza… certa di avere le mani tutte attorno alla montagna, alla sua ferma meraviglia, poterla davvero contenere, sentire la chiara voce toccare terra. Ma di nuovo il sangue scava la corsa verso l’aria. Non c’è condizione, né coscienza. Mi sciolgo nel caos senza poter fare nulla. Massi altissimi e alberi che non smettono di volare mi torcono a spirale nel luogo senza intelletto, né fuga. Ogni cosa ha qualcosa da urlare. Ma nessuna bocca si riempirà di me, lo so. Solo più tardi, più a valle, le cose ritornano a galla, care ombre conosciute, che pigolano dentro i rami, i funghi, qualche piccolo uccello.

 

 

Adeev Sergei Mikhailovich

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