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C’è una poetessa che amo molto,  si chiama Monika Santi. Non l’ho mai incontrata di persona ma sento di poter dire che mi è nel cuore come la più cara delle amiche.

La forza della sua poesia è nell’umiltà di un accostarsi al mondo per coglierlo nel  gesto più profondo attraverso un ascolto che fa luce, restando in quell’ombra necessaria a ancor meglio toccarne la bellezza.

La sua poesia è lei, il suo porgere il dono che ha – la parola levigata.

Quando la leggo il tempo rallenta, lasciando cadere in mezzo al petto il cuore buono delle cose, che cantano il suono di poche care cose, portate al vivo dal calore dal suo sguardo che le sa accogliere, nutrire, spalancare.  La sua poesia ha mani grandi, occhi di commozione:  sa raccontare un mondo fatto di grandi anime.  Spero possiate come me apprezzare questa autrice  della quale vorrei fortemente leggere presto un intero libro – di carta buona da sfogliare sottolineare sentire fra le dita odorare riporre riprendere e ancora.

 

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dal suo blog: LA STRADA PER I FONTANILI
( dove ci offre uno sguardo sulla sua ben più ampia la produzione )

O, SE NON STANCHE, STUPITE

O, se non stanche, stupite

Su distese a carattere colonico,

oltre la volta e il fienile

che geometizzano la luce

in piccole croci oblunghe

e oltre ancora.

S’apre il tratturo verso il fondocampo.

Laggiù, sbadigliano le bocche di leone

o, se non stanche, stupite –

Per l’epidemia di giallo

chiazze, capannelli, pepite.

Sparpagliato e incolto, spettinato

svergognato riprodursi.

/

Di tarassaco e ranuncoli

il collo celeste ornato a

orgogliose calme –

terrene. Innocenze ancestrali.

*

DOVE

In grembo a un fiore

Sul piccolo colle di letame

Nel mattino umido

Aprendo porte d’erbe

piccole danze, e rapido

batterd’occhi di creature

nell’estasi scriteriata,

in libertà svincolata.

Sete. Di ancora leggerezza

Di Solo Adesso – nel piccolo

macromondo di ruvidi

scivoli, liquidi, riarsi.

Non attendono il dopo

rugiade ballerine – su

petali oscillanti; il dubbio

Spensierato della

goccia al bordo.

Che asciughi al sole

che cada alla terra,

benedetto il perdersi

d’un bacio ad ogni dove.

*

SETTE

Al largo della casa e del vociare dei figli

china sul forcone, un attimo sulle messi.

La sorprendono le sette, i rintocchi risuonano

si sdoppiano in eco, colpi in ogni direzione

che neanche il fieno attenua, e s’aggiunge alla melodia

la sacralità della preghiera. Un sospiro a occhi chiusi.

Che poi sarà cena. Sul fuoco una pentola grande, da ore,

e si sciacqueranno rumorosi piatti finchè il sole

saluti i quadri dell’inferriata e coccoli il sonno a galline

e al piccolo nato che la nonna pascola con l’occhio buono.

Dalle sette alla notte è un passo corto, il tempo

di cose obbligate, senza parole da leggere ma

con voce per dirle, aspettando che l’ultimo

rientri dai campi e la sua zuppa resti calda.

Il sapore è il segreto. Anche sul letto alto e a lenzuola dure,

il tepore e la luna e il gufo, moltitudini rumoreggiano

nutrendo fantasie e invitando i corpi al sodalizio.

Sino a mattina, profondo, fiorisce il tempo.

*

 

SCHERZO

Pazza !

Vieni con me per campi,

non lasciarti tra gli oggetti esposti

sarebbe grave dimenticanza

di te .

Ti aspettano vie bianche,

la polvere che di buffo incarta,

giochi col cane nel cortili

che destano ricordi.

Dove non s’attendeva sta,

una scodinzolata d’emozione.

 

 

*

I FAZZOLETTI COLORATI DI OMISALIJ

Giusto nell’andare a zonzo

s’imbattono cortili piccoli e ordinati,

tutti fraternamente confinanti

a pettinare l’inquietudine

in grasse ciocche di

imperturbabile primo pomeriggio.

Ognuno con la sua piccola porticina

incastonata nello spesso e vecchio

ingresso alla frescura,

fiori e piante in posizioni

benpensate e gradite

ai gatti isolani.

Mezzogiorno inamovibile

si rotola nel silenzio dei viottoli

discreti, dei piccoli altari

scavati nei muri, tutto è

voce di isola timida che riserva

i segreti all’acqua giù in basso.

La piazza soltanto ha qualcosa che freme:

inoperosi turisti, rapiti

ed allegri operai che dispongono assi,

tirano fili,

appendono fazzoletti colorati

ad ornare quell’intimo spazio

che fa capo al campanile.

Formicola sottopelle

l’entusiasmo della festa che sarà,

tutta luci e balli

e vino buono

da immaginare soltanto

per chi come noi ne sarà

derubato dal tempo che muore.

*

VADO

Vado in quegli spazi tra scoglio e scoglio

dove rantola l’acqua che s’allunga e torna

con più sale nelle schiume.

Qualche goccia resta – ristagna

nell’anfratto friabile. Manda odore

di fermo, limiti corporei, conchiglie

e piccole vite a terminare.

Vado ad avvertire questo olezzo di mare

che dà prova di sé sino a nuova tempesta.

Anche quando infuria, sbatte tronchi a riva

quando urla mareggiata, ancora insisto

nel pormi in mezzo, implume e a vele vuote

con innocente intento di far parte.

Nei momenti senza folla, quando scansato è

il valore di vedere l’orizzonte sul pontile,

e ancora nuvole che infiniscono sul golfo,

lì vado. Vicino al gabbiano a contemplare.

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