Di lei ricorda gli occhi grandi; un’ombra che inquietava.

Diceva che aveva paura di quel fuoco che la divorava fra le gambe.

*
Alla sera ci trovavamo in cortile, sedute sul muretto.
I panni stesi raccoglievano le ombre arrotolate a terra.

Raccontava delle cose che le sarebbe piaciuto fare.
Diceva che si sarebbe sposata con uno di fuori,
che avrebbe abitato in città, che avrebbe trovato un lavoro
non come sua madre con la schiena sempre rotta di lavoro.

*

Di lui ricorda le mani perfettamente pulite
quell’aria da sopravvissuto, lo sguardo mesto a nascondere ombre.

*

Quando me lo ha detto ci conoscevamo già da molto.

Una sera che non si muoveva niente, l’aria caldissima.

Teneva gli occhi fissi.
Ha cominciato a raccontare

*

La scusa era stata un film con Sofia Loren.
La zia si era addormentata sul divano.
Lui, sulla poltrona, le lanciava occhiate di tanto in tanto.
Sua zia la voleva  lì, a fare la bambina che non aveva avuto.
La portava nei negozi del  centro, le comprava vestiti.
Era allegra la zia, la portava nei locali
dove si bevevano drink e la gente era molto chic.
Ogni tanto si ubriacava. Poi rideva o piangeva.
Era pazza, come quando si è giovani
e ogni cosa diventa bellezza.

Non sa se le piaceva stare lì.
Le piaceva l’odore buono della zia
osservare le cose nelle strade, tutte quelle cose strane
che al paese non si potevano vedere.

Alla zia suo marito parlava sottovoce
la tirava piano per un braccio
le diceva cose
che nessuno poteva sentire.
Sembrava dolcezza.
Tutti pensavano che si amavano tanto
che erano proprio felici
senza bambini
con tanti amici
a girare per casa
ascoltare musica
seduti sui tappeti
a fumare
così giovani
così diversi.

Fuori il paese muto,
dentro, lei, nella pancia della voglia di cose belle.

*

Della Ciociara le aveva parlato la mamma.
Chissà come l’aveva conosciuto.

Le piacevano i film in bianco e nero
Ginger Roger e Fred Aster
i film western, le donne dei saloon
quel fare chiassoso con dentro anche l’amore
brusco, o leggero sopra le punte.

Quella sera la Sofia era su quella strada polverosa
con una grossa valigia; sua figlia le camminava dietro.
Trascinava il  peso con dentro tutto il mondo.
Scappavano dalla guerra. Ma la guerra era dappertutto
la terra, le scarpe, le ombre.

Teneva gli occhi fissi su quella strada mentre la Sofia
si nascondeva insieme alla figlia dentro a una chiesa
con i soldati che le spiavano, ridevano e le rincorrevano
fino alle gambe allargate a terra, fino alle urla dentro gli occhi
i soldati sopra.

*

L’angoscia ha cominciato a salirle le gambe.
Stringeva le mani contro la sedia,
cercava un posto.

La mano è scivola di lato, le ha staccato le dita dalla sedia, le dita dalle mani, le mani senza mani
la contenevano bianca di undici anni.

La sedia barcollava, barcollavano le luci,
la terra scivolava

*

Dal tetto crollato la luna cadeva su Sofia e la figlia.

*

Ti piace? Ti piace? Ti piace?
Certo che ti piace lì dove scuote e apre umido resta chiaro che ti piace vieni è così bello assente di occhi mesti favole inginocchiate gioia infeconda gioia che non dice

*

La madre le asciuga il sangue
le accarezza i capelli

*

Di lui sa che si è risposato
dopo la morte della moglie
ha sempre quell’aria da sopravvissuto
lo sguardo contrito dei benpensanti.

Ha un nipotino che gli vuole bene. Si suppone.

Lei dicono sia partita per la Svizzera
che non si sia mai sposata
che lavori in un bar.

Forse ha avuto un figlio.

Non l’ho più vista.

bucharest-protests-ioana-moldovan-1

Annunci