Per l’infanzia possibile, per la grande
                                                                                     vita.  Per amore.

 *

Scrivo per fare una palla, lanciarla appesa al cordone.
Il rischio è di morire.

Già morti. Non ancora pianti. Vecchi. Miei vecchi
senza rotazione, defunti guerrieri della carne sospesa.
Ora malati, nudi fra le mie mani, nella casa abbattuta
dove ancora insiste la guerra.

Sopravvivere alla vita. Un vero talento. Una cosa voluta.

I

La casa occupa lo spazio di un feto abortito.
Da un mobile all’altro, il letto, i fornelli lanciano voci,
i più grandi silenzi.

Nell’angolo la fiera ringhia. E’ ancora viva.

II

Era secca l’alba che si apriva sul tetto; cani e grandi ustioni fra i sassi in cortile.
Poveri! poveri, come si era felici di stare confusi alla brace, al solo
rumore di termiti nel legno fracassato. Una cura.

III

Loro due.
Senza baci, senza semi. Due unici quasi perfetti.
Lui:  scuro capo che batte danaro contro durata,
un gioco all’ultima spoglia per una vita più lunga più viva più
vana di un anno senza. Sfama una greppia colma di paura.
Il prezzo è la mancanza. Tutto contro niente, un equo scambio
per un folle.

La troppa fatica del suo stare saldo fra il respiro e il burrone lo resero calvo.

Nessuno dubiti della sua fe-li-ci-tà: non è la bellezza che conta!
venti trenta milioni di anni.
Punta in alto l’ometto: l’eternità è un meritato traguardo.

IV

Una luna e i suoi crateri saltellavano fra i denti della madre.
Lei acconsentì alla strage.
La devozione era la sua fortuna. Come una eva brillava
fra i rami della casa. Un frutto per gli uccelli. Un sicuro
arresto cardiaco.

A gancio fra lo squarcio e il roseto; un massacro quasi completo.

V

Nero. Più nero il suono secco del cuore avanzava anno con anno.
Amore non alzava l’orizzonte anche se era urlato chiaro il nome.
Il corvo prestava attenzione alle pose da assumere.

Tutto calcolato. Meno Dio.

VI

Una fragile ossatura, un palco a forma di casa, un occhio smarrito: centro!
E ora che il nodo è rovescio, rifai il verso, conta i guaiti lasciati lungo il sentiero
come calce prima del sacrificio. Poi conta le vene. Meno una.
E’ nato un bambino.

Le gambette correvano a tastare la tana.
Di sabbia. Di acciaio.
No!, di lana e tempo.
La lana fu presa da bestie ormai morte.
Il tempo dalla sua stessa vita.

VII

Era una casa piccina.
Quattro per quattro.
Meno uno.
Zero appuntito.

VIII

Il giorno era scuro. Il cielo scomparso. La notte senza mai pace.
Il vento era nei muri. Nelle braccia che sbattevano come rami.
La casa colpita e colpita come una frasca.
Bambini, uncini: tutto cadeva con un rumore bestiale.

Un cuore solo frullava come un volo di uccelli.
Frrr… Frrr… Ma dentro quel vuoto di intenti nessuno riusciva a cantare.

IX

E tutto doleva in quel luogo distante.
Dolevano i prati che spiovevano a valle senza fine.
Dolevano le mosche e le loro cacche.
Doleva la tenda scossa dal vento.
Doleva il prodigio della televisione che spediva bzzz bzzz nello spazio.
E alla domenica le campane facevano un don che batteva
duro dentro le teste. Batteva. Batteva.

X

Di piangere nessuno era capace. Il riso era una smorfia
tirata da un punto all’altro del balcone.
Sul balcone, un geranio. Rosso. Carnoso.

E l’estate sembrava una grande estate.

XI

Dritto come un fuso, il destino frugava nel sacco dell’immondizia.
E immondo era il cortile, immonde le scale della legnaia, immondo l’impasto del pane.

Ma c’era un chiarore che bucava quel niente corrotto.
Un corpo discreto insisteva come un insetto sul naso.

XII

In un sogno era piccina.
La madre dritta su un carro percorreva la strada di sassi, vestita di bianco,
come l’angelo in chiesa vicino all’altare.

XIII
Il sacrificio è qualcosa che viene portato.
Come un vestito. Un dono.
XIV

Fratelli come chiodi piantati nel sangue.
Ruggine e legno non fanno Gerusalemme.
La vera indole viene fra odore di latte e accette sui travi.
Corpi mastini mostrano i denti, ringhiano fame di monti inesplosi.

XV

Il cerchio si chiude. Stretto buio che sfugge al calore.
Chiusa la bara, il respiro si disfa, fa grumo di cenere nera.
Nessun luogo è salvo ora che morte ha stretto le braccia, ne ha fatto
funi legate a marcire il corpo offeso dal male.

XVI

Sepolto,  solo, dove la mano insiste nel vuoto.

Casa era semplice odore di mucca.
Era campo l’inverno.
Voglia di pianto e perdono.
Ma assale il tormento, solitudine.
E sei perduto.

XVII

La tomba è senza lapide. I fiori
morti dentro un catino corroso.

Non è questo il luogo del riparo.
Il fuoco arde troppo nero.
La candela è spenta.
Gli occhi cercano terra.

XVIII

Qualcosa deve accadere. Un luogo dove avvenire.
L’accesso risuona da qualche parte, potente.

XIX

Nel nero, nel plasma che tenta l’abisso.
In nome di padre, in nome di madre, del terzo fiato che lega.

XX

Malattia, hai volto amore.
Fragile corpo, ecco le mie mani.
Vita offesa, questa la salvezza.
Io che tu hai ingiuriato.
Io tuo
padre, figlio
io solo
mortificato cuore
mancato amore.

XXI

Perdono alla vita che non mi ha confortato.
Perdono alla gioia che non mi ha liberato.
Perdono alla bellezza, alla dolcezza, al pianto.
Perdono al seno che non mi ha cullato.
Perdono al canto che non ho udito.
Perdono ai monti alla pioggia alla neve.
Perdono alla grazia.
Perdono la pena.
Perdona me morte.

XXII

E ora salvami luce uterina.
Lascia che la belva si tolga le vesti,
passi sul corpo morto dei viventi.

 

——————————————–

Alle grandi solitudini, in memoria.

Annunci