Una piazza ai primi di luglio;
l’odore del fiume sale alle terrazze strette
tra le teste dei gerani; bimbi di serra
corrono al fianco di madri dalle labbra troppo rosse.
Sul viale, i gelati muoiono nelle bocche.

John Martyn sul palco.
Cantante jazz.
Due ruote al posto delle gambe.

La sua voce apre l’afa.
La musica scoppia nella piazza.
E’  un acquazzone che cammina sopra le teste.
Spacca cinghie ortopediche.

Davanti a me: una donna, un uomo, il loro bambino.
Sono belli; di quella dolcezza che accoglie i vinti.

Ascoltano e ballano.
La donna si china sul figlio.
Lo solleva come una rosa.
E’ alto come la falcata di un watusso.
Piccolo come un grano d‘orzo.
La madre lo avvolge al suo corpo,
lo culla con le mani, lo bacia con la voce.

La testa del piccolo ciondola a lato della spalla;
le braccia sono una bandiera al vento.

Gli occhi ruotano in un lontano senza presa.
Le dita sfiorano la schiena della madre.

John continua a cantare,
batte il ritmo sopra il ferro delle rotelle,
con le mani aperte, con le gambe spente.

La musica è un brivido lungo la schiena di una madre.
La dolcezza di un figlio che cola bava sulla spalla.

 

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jindrich streit

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