Non credo agli angeli, né tantomeno ai demoni. Non ci ho mai creduto, nonostante in famiglia si raccontassero spesso storie dove il bene e il male facevano da cartello indicatore. Abitavo un luogo solo mio che assecondava soltanto in parte il mondo di fuori. Sentivo che c’era dell’altro da sapere, uno spazio che si muoveva oltre il confine delle cose approvate. Forse un pericolo, forse qualcosa di diverso che non veniva accolto solo perché sconfinava al di fuori di canali facilmente percorribili. Non ero propriamente una ribelle, ma certo non avevo un’indole facile. Francesca arrivò un’estate, come una falce. Recise gli ultimi deboli ossicini che sacrificavo al mondo regolare. Francesca era quello che io non avrei mai saputo essere. Veniva in montagna in estate coi nonni. Affittavano la cascina vicina a quella di mio zio. Non erano ricchi, ma erano sufficientemente diversi dalla mia famiglia da potersi concedere una vacanza. Aveva capelli castani, lunghi fino alla schiena. La voce era roca, le graffiava la gola, la faceva più adulta dei sui dodici anni. Era più piccola di me di un anno, ma la sentivo tanto più grande per come sapeva lasciarsi toccare dal mondo. Aveva addosso un odore selvatico, come se i modi disinvolti le venissero da dentro la carne e l’aria che respirava subisse una rivoluzione, ne uscisse stordita. Quando arrivava era una festa. Mi chiamava dalla finestra: vieni, sono arrivata! Non avevo amiche, vivevo in un posto isolato, fuori dal paese; a volte scorrazzavo con mio cugino per i boschi, in cerca di funghi. Ci si inventava di mostri, le lotte, le principesse. Spesso stavo sola. L’eccezione era lei, Francesca, e quei due mesi scavalcati di mondo. Mi chiedevo cosa ci trovasse in me da farle venire voglia di cercarmi, di passare proprio con me tutto il tempo delle sue vacanze. Quel periodo era come attraversare il muro, passare dall’altra parte del vetro. Stavamo insieme dalla prima mattina. La maggior parte del tempo lo trascorrevamo nel prato a parlare. Oppure andavamo per sentieri, a raccogliere more. Si muoveva in mezzo ai cespugli impalpabile, come non facesse parte del mondo, ma fosse felice di starci e lo vivesse con quel meravigliato stupore di scoprirlo dentro ogni cosa. Mi raccontava della sua casa, la gente che ci passava, gli amici di sua madre, i vestiti estrosi che vedeva indossare dalle loro donne. Sua madre la immaginavo bellissima, truccata, allegra e sempre circondata da uomini.

La sua casa era sempre piena di gente. Era per lavoro, diceva. Non ho mai capito di che si trattasse. Certo qualcosa per me di sufficientemente misterioso da renderlo affascinante.

Mi diceva che c’era un uomo, uno grande, che veniva spesso da loro. Lui le sorrideva, le sfiorava la guancia. Lei rideva, diceva che prima o poi lo avrebbe baciato, così, perché le andava di farlo. Ma a Francesca piaceva Gianni, un ragazzo di quindici anni che viveva poco lontano da casa sua. Un tipo che sembrava sempre infuriato, passava sotto casa la mattina col muso incollato alle scarpe. Con quel modo scontroso di schivare le cose, a lei gli andava dentro fino sul fondo. Mi raccontava che conosceva sua madre, aveva un negozietto di frutta, era senza marito e tirava a campare come poteva. Lei parlava e parlava, io restavo a ascoltarla senza altro mondo. Sorrideva spesso Francesca, aveva una bocca grande, ma in armonia col resto del viso. Camminava con un movimento sciolto, le natiche sode curvavano decise in cima alle gambe. Non so perché la guardassi in quel modo. Aveva una sorta di magnetismo che sentivo salire dentro la pancia come qualcosa di strano. Con lei ho indossato per la prima volta un costume, li avevo visti in televisione. Fino a quel giorno pensavo servissero solo per il mare. Sentirmene uno incollato alla pelle fu una sensazione curiosa. Mi sentivo ridicola infilata in un costume e tutto intorno niente altro che boschi e montagne. Ma lei seppe da subito mettermi a mio agio. Stese una coperta sulla terrazza: sdraiati qui, vicino a me – disse – così ti abbronzi un po’. Le guardavo le gambe tornite. I piccoli seni erano noci che spingevano contro la stoffa.

Era bella, teneva gli occhi chiusi, le braccia lungo i fianchi. Mi allungai vicino, attenta a non toccarla, con l’apprensione che invece viene proprio dal desiderio di farlo, sentendomi impaurita da questo impulso. Era come stessi provando a fare la grande, come infilarsi i tacchi alti, con l’unico vestito di festa della mamma. Ma non stavo imitando nessuno. Intuivo che il sole, il costume, erano un pretesto, un necessaria rappresentazione per esprimere quello che entrambe volevamo ma che non si poteva dire.

Lei sapeva aprirmi come una castagna. Restavo lì, senza guscio con l’aria che mi percorreva. Mi toccò la mano, disse – ti va se ti bacio?. La testa mi girava, forse era tutta quella luce rovesciata addosso. Mi voltai verso di lei senza dire una parola. Mi infilò un braccio sotto la nuca, come avevo visto fare nei film. Mi passò la lingua sopra le labbra. Tenevo gli occhi chiusi, avevo paura di guardare, o forse volevo poter sentire così forte da non perdermi niente.

Non volevo che smettesse. E’ bello – disse. La sua mano mi accarezzava. Fallo anche tu. Mi sono chiesta più tardi se mi innamorai di lei. Non so. Certo la mia fu una dedizione cieca al suo corpo, a quell’estroso ripetersi del sorriso che non nascondeva niente. La libertà di viversi senza sentirsi sbagliati con lei veniva facile.

 

Graciela Iturbide

Graciela Iturbide

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