Il mio collega si chiama Tommaso.
E’ lui che apre l’ufficio alla mattina.

Viene al lavoro col pullman.
Col piede che zoppica sale strisciando il vialetto,
il sacchetto della merenda dondola dal braccio sano.

Con la mano buona prende le chiavi di tutti gli armadi,
prepara i timbri, accende il pc.

Parla poco, saluta soltanto quando ne ha voglia.

Tommaso vive solo.
Nessuno crede ci sia niente di strano.

La sua casa la immagino senza parole che fanno
pane, voci di donne lungo le scale.

Tommaso comincia a esistere quando entra in ufficio.
Lavora piano, senza tempo.
Chissà se pensa a qualcosa diverso
dal fare bene le cose.

Ogni tanto si arrabbia.
Apre la botola scura, la saliva
gli scende dagli angoli della bocca.
Batte la rabbia sui muri le case tutti gli alberi del cortile.
Ficca ogni cosa nell’angolo buio
dove non entra nessuno.

Tommaso non è un uomo triste.
Non è nemmeno felice.
E’ rimasto nel posto dove non tutto è finito, dove
niente è mai cominciato.

Ora mi porta una carta;
con la voce che zoppica come il suo piede mi dice “questo è per te” ,
va via.

 

 

Tim Booth

Annunci