da te torno ogni volta che viene a mancarmi l’onda delle tue pareti. E io che sono contadina, che amo la gloria aspra delle montagne, i sassi erti, le discese, io con te mi faccio acqua. E’ un mare che entra da lontano. Lo posso sentire avvicinarsi quando ancora sono tufo. Posso toccare lo scavo che lascia, proprio qui, nell’ansa della scapola. E’ lì che si radunano memorie di corpi portati da maree alte come il sonno. Lì, squama a squama stacco paglie per il nido, e onde per il blu della fame e ossa antiche che proprio io ho spolpato. Le uso per raccontare.

Dentro la casa si raduna una folla: sono uomini, sono donne, sono rami di pioppi, celle, lame rugginose, sono fitti silenzi giusti a far sentire i colpi di quando uno muore.

Oh, abitarci è una fortuna!

La tua forma apre soglie verso le grandi e belle : carni che non sapevo di avere, carni di madri che hanno raccolto legna, fatto zattere di terra, seminato campi dove rigogliosa canta la nave. E’ il bastimento che batte orme di ceneri, batte e conta uno a uno tagli da cui escono balene che conducono a paesi straziati, codici di innesti atroci e fughe e silenziosi atti eroici.

Chi mai vorrebbe dirsi altro da qui? Io no, io che vi sono nata immersa.

Ho una corolla dentro questa casa, ho gambe senza radici perché non c’è luogo natale qui, non c’è chiesa e non c’è una sola storia giacché storia è ogni cosa nata e non nata che segue l’ansa quando ancora è placenta. Cara casa che mi levighi come creta, oggi dico lontana lamerica, vicinissimo il cuore.

Vivian-Maier-Self-Portrait

Vivien Maier

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