Lo abbiamo incontrato dove il sentiero si apriva,
l’uomo delle pecore ci ha detto “è uguale”
potevamo passare davanti alla sua casina
o prendere l’altro appena sotto,
“portano tutti e due dalla stessa parte”.

Poi  ci ha raggiunto più in alto.
Stavamo raccogliendo tarassaco per farne miele.
Ci ha salutato come ritrovasse vecchi amici;
ci ha chiesto cosa ne facevamo di quei fiori così
ovvi per il prato, speciali per noi che avevamo
quel dolore nel petto. “Il miele” ho risposto
“e come si fa poi questo miele…?”
era una cosa che proprio lui non sapeva, ha detto.

E intanto gli alberi ingrandivano il pensiero
che credeva pieno alle parole dell’erba e delle pietre,
dicevano “senti?, lo senti quanto è
poco ciò che vedi?”… e una folla di sangue si accalcava
verso l’altro posto.
Per quanto cuore cercassi, non ne avevo abbastanza
per tutto quel blu, per i prati, le foglie
e rami e rovi e girandole di bene
mi fischiavano nel petto come frecce

Il sole cadeva dalla cima di cose altissime
e cadeva dalla croce del petto del pastore,
gialla come il tarassaco e lui era vero
bene che potevo davvero vedere così
di terra e odore di pecora
che mi faceva gran male il cuore

Scendendo a valle di nuovo ci siamo salutati ormai quasi parenti.
Piovigginava, aveva la gerla a spalle;
le pecore sono scappate come ragazzette,
“… fanno così …non sono abituate a vedere gente …”.
Gli ho chiesto se potevo scattare una foto,
lui ha alzato lo spalle e si è girato verso le pecore.
“Pensavo che la facevi a loro …”,  “a te”, ho risposto,
ha sorriso con la sua bocca sdentata e si è messo in posa.
Poi ha alzato il braccio in segno di saluto e è corso dalle sue pecore.

Ciao pastore, ciao.

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