Il bosco rideva se lo guardavo
nell’ora aperta dove il cuore frangeva
perduto, solo.
E nella sembianza di non essere –
cioè di essere pienamente e niente –
poteva – il cuore – forse poteva,
come la foglia accesa, come il taglio
della vallata o il masso – altro seguace della vetta –
come l’oro che ancora per un tratto
lasciava il volto arreso alle pietre.

E io a voler dire – a voler sapere
dire – la sagoma alla meraviglia assunta a fiore,
trascesa a radice – o tronco – o vetta,
discesa a confine certo del sì –
io – a voler percorrere a gola quel cespo
che aggancia il silenzio,
che me confonde – il sopra, il sotto,
che sua opera è fare,
che in me immensamente e ancora –

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iole toini

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soffiava soffiava il vento soffiava la neve dal bosco
lontano fin sui tetti soffiava e imbiancava
le nere lavagne delle lastre e le strade spazzava
sferzava i campi i rami degli alberi secchi spezzava i candelieri
accesi dal freddo e intirizziti dal gelo del ghiaccio

soffiava soffiava il vento soffiava
e le neve si spargeva come farina sulla terra
un silenzio misurava passo dopo passo in tutta la sua corsa
e fermi i prati con le pietre recintavano un’area generosa
dove qualcosa riposava quieta in quella pace profonda

e soffiava soffiava il vento soffiava con mulinelli e lunghi giri
di corsa raggiungeva la strada più alta
saliva dal basso della terra verso l’alto di un cielo di nuvole
soffiava e grattava quel soffitto incurvato che voleva mettere
radici in questa zona di solenne preghiera

a primavera mentre ancora più adagio più lento soffiava
tra i prati le sue messi raccoglieva
poi si allontanava e per qualche tempo si azzittiva

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Fernanda ferraresso

tassinari

foto di Michele Tassinari

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