È estate, non piove, l’afa sospende quasi tutto. Di fronte a casa tre muratori a colpi di trapano e martello schiodano l’aria spessa. In pochi giorni hanno demolito il tetto di una casa a tre piani. Hanno alzato impalcature, sollevato polvere. Particelle di emozioni liberate ora svolazzano tutto intorno: sono voci, passi sulle scale, odore di pollo arrosto, di gesti caldi o tristi o infreddoliti. Particelle lievi e feroci si depositano sui capelli dei tre muratori che diventano ora dopo ora sempre più grigi. In braghe corte e torso nudo si sottomettono alla fatica senza piegarsi al calore. Uno impugna il martello pneumatico, uno porta via i calcinacci, uno si tira su le braghe e cammina a filo di cornicione; poi si scambiano di posto. Ore scandite da colpi sordi e continui. La gru dondola sopra le teste un cucchiaio di lamiere e mattoni rotti.

Poi, tutto d’un colpo è silenzio. Li cerco con gli occhi da una stanza all’altra, fra mucchi di detriti, mattoni e ferri. Li immagino in uno dei locali che non vedo, all’ombra, a bersi una birra, a godere di un minuto di riposo. E poi eccoli, subito di ritorno, la pala in mano a caricare la carriola, a spaccare un altro pezzo di cemento.

Intanto, lungo il lago, una fila di macchine scarica dalla mattina al tardo pomeriggio persone di tutti i tipi: uomini palestrati col pizzetto con la moglie con l’amante; arrivano col suv o con lo scooterone che lasciano parcheggiato a bordo strada; parlano di soldi, di chi ruba loro i soldi, di strade piene di brutte facce, del sudore degli avi, del salvatore-del-mondo; appiccati l’uno all’altro cercano il loro angolo di paradiso su fazzoletti di erba bruciata dal sole e mozziconi di sigarette; donnebambine si spalmano creme accese in costumi rossi blu a strisce; silenziose, assonnate, annoiate; bambini lanciano sassi nell’acqua, le loro voci belle per un momento fanno l’aria leggera.

Il lago si è ritirato. Ha paura dei bagnanti? Ne avrebbe ragione. Insozzare è uno dei passatempi. Tutto intorno, tuffi radioline patatine.

I muratori sono ancora lì, con le loro ore cariche di fatica da portare a casa insieme allo stipendio. Al pomeriggio indossano il cappello. Uno ha una pancia grossa come un cocomero, uno cammina un poco zoppo, uno è stempiato. Tutti e tre sono belli di pelle tesa, scottata dal sole. Sui fianchi hanno appesa la borsa dei chiodi e il martello. Uno è più capo degli altri due. Lo capisco perché è lui che si ferma, osserva, prende le misure, traccia dei segni con la bomboletta spray, si fa passare un pezzo di ringhiera e lo lancia nel vuoto. In quei momenti, gli altri due lo guardano attenti. Stanno demolendo finestre per fare finestre, e spigoli per fare spigoli, e zoccoletti e balconi, il posto per leggere per cucinare per riposare per sollevarsi sulle punte e guardare oltre quel grande finestrone che riesco a intuire, fra scarti di mattoni e il nuovo profilo del tetto. Da lì prendo il volo. Destinazione Mondo Buono.