Firenze le arriva dritta in gola. Tredici anni; le scarpe ancora zuppe di latte. Affretta i passi dietro gli altri. Negli occhi ha un burrone di paura. 

C’è odore di muffa sulle pietre schivate dalla luce. Le scarpe nuove le vanno larghe. E sono orrende. Sua madre gliele ha prese proprio per la gita di classe “così ti vanno bene anche l’anno prossimo”, “…metti due paia di calze, che stai anche più calda”. Arranca cercando di tenere il passo alle compagne. 

Francesca ride allacciata al braccio di Giulio; invidia la sua spensieratezza, quel modo di stare in mezzo alle cose col viso pieno di sole. Carla e Rosi si stringono l’una all’altra e ridacchiano. Hanno le felpe allacciate in vita. Guardano i ragazzi e i ragazzi guardano loro. Allunga il passo; cerca di dire qualcosa; tutto vola via senza toccare terra.

Nella camerata della pensione di bassa categoria dove alloggiano, ci sono sei letti e un lavandino che gocciola. Ha sete. La notte si alza e beve a piccoli sorsi dalla mano. L’acqua sa di ruggine, le brucia in gola. I soldi sua madre glieli ha cuciti dentro le mutande. Giusto qualche spicciolo nel caso ne avesse proprio bisogno. Ogni volta che va in bagno ha paura che le cadano nel buco.

Francesca è la più carina. E’ spiritosa e gentile. I capelli folti le scendono fin sotto le scapole. Vorrebbe dirglielo che è bella. Finita la colazione la vede avviarsi in mezzo al gruppo. Giulio la avvicina e proseguono insieme; le cinge la vita come avesse fiori nei fianchi. Forse più tardi si baceranno. Si ferma a guardarli. Le loro bocche. Vorrebbe guardarli per sempre. Poi solleva gli occhi. In alto, comignoli, lontanissimi. Al suo paese solo case basse, case che ci stanno tutte in uno sguardo, fanno l’amore al buio, spingono le parole in  gola. Non urlare, dicono.