Viene a luoghi di febbre,
viene che è notte la tigre,
leva bandiere all’altaluna.

Il grande colore batte,
rosso, coriaceo.

Come vera rosa, muore,
come il bosco la carne,
in vocazioni di rose,
in rose impronunciate muore.
Sparge che è vera la voce,
la pelle con dentro la voce:
rizza la scure,
abbatte, consuma.

Si va nelle pieghe.
Gli orti dentro le pieghe.
Larghe estati alle giunture.

Estinti nomi e dolcezze,
viene, la comunicante elettrica.
Allarga i ginocchi, vira,
torna che batte via gli occhi,
via le cose innocenti,
azzurrità, perdoni.

Mai visto un dolore
con tutto il dolore qui dentro:
qui viene, raduna cose mai pronunciate.

Si scrivono mondi.

A terra le bocche,
le bocche al soffitto.
Tese
alle ali.

/

Scintilla.

E’ tutto.

Tutto è lucente,
boschi, gambe, la lingua,
credere a mondi o a niente.

Poi il lunghissimo bacio.
Poi niente.

 Peter Upward

 

Veniva lungo la riva
bianca
di luce  verso il mezzogiorno
seguendo la barca
carica di sabbia
spiando i vortici  lungo la corrente
che  al fondo trascinavano
chi s’immergeva senza coscienza
senza preoccuparsi della forza
di quell’oscura creatura  che
fino al mare
premeva e
sembrava correre    quieta
lenta    senza salti né colpi bassi  di violenza.
Ai bordi le spiagge
sono una remota avvisaglia del mare
che presto
dai primi acquitrini si preannuncia
senza attimi di tregua e l’olfatto si spalanca
come  la notte quando la luna acceca
piena di avventure
canta chiamando ad una ad una
tutte le impronte sul suo corpo
e il fiume    tra onde
cento mille volte più potenti mai impaziente
ancora una volta salda la sua vita disperdendola
affondando la sua corsa in una riga
senza disegno un’ultima onda
acqua che cede ad altra
acqua che tutto scorda
una magia di bianco come di neve fresca
che ti riverbera negli occhi sale
schiuma di altissimi cavalli in corsa
che insieme premono
a riva   una spiaggia sgombra.
A terra
un cuore   di schiuma e alghe
un alveo di pioggia
che nella notte ha rovesciato il fondo della madia
e confessa un’altra storia
una nuova verità    celata
ancora.

– fernanda ferraresso –

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