il giallo a toccarle la nuca

il giallo a toccarle la nuca,
un legno a legarle i capelli,
la lentezza del prato in inverno per salirla dentro le onde
del corpo commosso,
del corpo levato alla luce;

per le volte che la tiene battuta al respiro,
come una pietra sul collo la porta in Cina,
una bambina dagli occhi a farfalla,
una bambina

 

 

 

PINO

Uno stanzino basso e buio; odore pungente di vacca. Contro il muro, un tavolo da dove si intuiscono andirivieni di mani che rimestano lardo. L’aria entra insieme alla terra portata dal vento. Nell’angolo, un piccolo camino nero di fuliggine, un paiolo altrettanto nero, pezzi di legno impilati a fianco. E Pino, uguale al suo tavolo – unto e nodoso – tagli di rughe profonde, denti spaccati, schiena spaccata, la patta aperta su braghe sporche e cadenti. Sorride. Ci dice di entrare. Qui il quotidiano è fatto di poche cose, fatica strisciata sui muri e un calore che viene dalle bestie. Ne ha cinque di vacche; ci porta nella stalla e ce le indica una a una, la Selva, Lea, Festa, Tina, la Renda; quest’ultima è la più vecchia ma fa ancora latte buono. Pino prende lo sgabello a tre piedi, si mette sotto le gambe della Renda, le appoggia la testa contro la pancia e comincia spremere il latte dalle mammelle gonfie. Lei muggisce come a dire “era ora”. “Questa ha mammelle dure” – dice Pino – “vien male alle mani alla fine”. Dopo poco il secchio è pieno. Lo porta in cucina; con un mestolo toglie paglie di fieno che galleggiano in superficie; lo copre con un panno bianco. Domani farà la formagella e se vogliamo, dice, ne ha pronte due di là, nello stanzino, ce le può vendere. La genuinità non va a braccetto con la sterilità. Qui ogni cosa è ricca e spalancata, non chiede passaporti. Pino ha 78 anni ma è come ne avesse 100 o più, è come il suo noce che fa ombra in cortile: quest’anno pieno di frutti sani e buoni che lascia cadere tutto attorno e che noi raccogliamo smaniosi di riempirci le tasche come bambini.

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Guarda

Poi ci sono i cardellini che mi vogliono portare con loro.
A desiderarne la leggerezza, posso compiermi ala.
Mia vera uditrice d’insetti, questa radice tremenda e mirabile fa conto che i battiti facciano corpo nel vuoto.
Levare il viso all’aria scuote le più semplici aperture. Così il buio.
Per questo ti auguro di guardare.
Il boato è spaventoso e scoperchia più e più volte. Ma la luce. Guarda.

Poi niente

Viene a luoghi di febbre,
viene che è notte la tigre,
leva bandiere all’altaluna.

Come vera rosa, muore,
come il bosco la carne,
in vocazioni di rose,
in rose impronunciate muore.


Sparge vera la voce,
la pelle con dentro la voce:
rizza la scure,
abbatte, consuma.

 

Si va nelle pieghe.
Gli orti dentro le pieghe.
Larghe estati alle giunture.

Estinti nomi e dolcezze,
viene, la comunicante elettrica.


Allarga i ginocchi, vira,
torna che batte via gli occhi,
via le cose innocenti,
azzurrità, perdoni.

Mai visto un dolore
con tutto il dolore qui dentro:
qui viene, raduna cose mai pronunciate.

Si scrivono mondi.

A terra le bocche,
Tese, alle ali.

/

Scintilla.

E’ tutto.

Tutto è lucente,
boschi, gambe, la lingua,
credere a mondi o a niente.

Poi il lunghissimo bacio.
Poi niente.

Una lettera per i prati

Una lettera per i prati,
una lettera per ringraziarli di essere prati
che sanno – che verdissimamente incitano –
all’altissima
forma del vuoto.
Con ogni filo d’erba la sostengono,
col grano e con la brina;
senza timore la confondono
fino al vento e la pioggia,
così che ogni cosa diventa
corpo che dissolvendo canta;
e gli alberi cantano, le foglie dicono sorrisi,
le api semplicemente ronzano, gli uccelli volano
di un volo felice di essere volo,
azzurro e vivace e libero.
Così, anche io cado di mio vento
in quel modo che sangue e ossa
confondono verde con bocca e l’odore
squillante dell’erba e l’altissimo prato e me.

Scrivi sempre a mezzanotte – una lettura

Un fiore, che si apre dentro un altro fiore, che si apre dentro un altro fiore ancora; la letteratura fa questo: canta e fa cantare.
Questo libro canta: la voce di Virginia, la voce di Vita.
E prima ancora la musica si leva dalle parole del bel saggio introduttivo di Nadia Fusini.
Un canto elettrico, una danza. Attraverso le parole delle autrici si mette in moto un’energia che fa muovere chiunque si avvicini.
E ci si sente accolti, presi sottobraccio, abbracciati per essere condotti nelle stanze più intime di due donne immense, immortali.
 
Quando ci si innamora di un autore, di un’autrice, cercare ogni cosa che riconduca a lui, a lei – siano essi i primi scritti, romanzi incompiuti, lettere, foto (ah, le foto!) -,e che dire delle stanze dove lei ha letto, la scrivania su cui ha scritto – è un’attività che conosciamo in molti. Come a voler rendere viva la nostra cara scrittrice, che viva non potrà mai essere. Perché un autore non è persona di carne e ossa, non ha mani a cui tendere le nostre, non ha orecchie per ascoltarci, non ha gesti da seguire con lo sguardo. Lei è un essere altro, un corpo fulgente, che traduce per noi il sogno e ci porta all’interno del suo cosmo fatto di fantasia, di acume, di purissimo ascolto; un essere che abita l’altro mondo: quello sperticato dell’immaginazione.
 
Sarà anche per questo che disdegniamo spesso autori contemporanei a favore dei classici? È un rischio troppo grande rompere la bolla splendente in cui si muove la nostra amata per vederla confrontarsi con lo scotto limitante, imperfetto e a tratti indigesto della realtà.
 
Parlo al femminile perché questo è tutto un libro al femminile: le lettere finora inedite di due donne, Virginia Woolf e Vita Sackville-West, vengono tradotte e interpretate da altre due donne, l’amata Nadia Fusini e la sua cara allieva Sara De Simone, a cura della brava Elena Munafò che in chiusura tira i fili di questa storia fatta di intelligenza e amore.
 
Così, si leggono le parole di Virginia e Vita intrecciarsi l’una dentro l’altra, muovere uno sfondo fatto di sensualità e ingegno, di libertà, e viaggio, di condivisione e crescita; si possono quasi vedere: Virginia che rigira la penna fra le dita mentre è sospesa sull’ultima parola scritta; Vita che si lascia inghiottire dalla vertigine della sua prima lettura di Al faro.
E qui ora è il 12 maggio 1927, siamo dentro la stanza con Vita che legge sbalordita, la pelle che freme; e noi con lei; per la bellezza universale che ci viene offerta, per Virginia che ce la svela, per lo stupore che ci fa traboccare di amore.
 
Questa accesa passione si deve a nostra volta dare, una goccia bollente, un rosolio che fa tremare per quanto è immenso l’universo e come noi lo si possa esplorare, con le parole di queste donne, con le loro voci di fiori perpetui che ci fanno dire: cuore non smettere di traboccare.
SCRIVI SEMPRE A MEZZANOTTE

Una poesia piccolina

Stasera avrei voluto scrivere una poesia, una poesia piccolina – per te – con dentro mele o arance o una coperta di pile; qualcosa di caldo, con l’odore della casa. Anche una gallina andava bene. Una gallina che ti avrebbe becchettato vicino – piccoli grani – quelli che tu lasci cadere quando ridi.
Ma questa poesia piccolina è rimasta da qualche parte – in un prato, probabilmente – forse con la gallina e due bimbette che corrono in bici senza mani.

 

Bene, ho compreso. E ora?

Bene, ho compreso. E ora?
Sapere non mi salva dall’ambizione
di vibrare come l’erba dentro l’aria.
Verticale al vuoto fatto
di me che cado – e sento intera tutto,
tutto è in bocca mentre ingoio,
e io lo so e non piango
e nuoto vuota al vuoto.

 

Boscaglia, groppa, fornitura-di-mestoli
inizia così questa poesia
che dedico a te
mia forma sconosciuta d’amore
che fingi boschi disperi l’avere disperi il non avere
poi piove finalmente piove
così finisce la nostra storia
che fuori piove ed è così

 

 

foto Eliot ElisofonEliot Elisofon