La sposa Turca

racconto un film
La sposa Turca - 2004 - regia Fatih Akın
Non vistosa, nera, leggera,

sorrideva, tirava di coca con lui
turco sposato per caso, Cahit,
una gabbia malata d’amore della sua gabbia
turco tedesco di Istanbul e Sibel
sua moglie per caso la notte ballava si faceva
scopare per andare lontano
dai suoi fino a che lui                       la vede
uccide l’uomo che lei vuole
entra in galera lei si taglia le vene il film si mangia lo schermo entra lo stomaco
quel fatto che niente ha direzione se non la disgregazione

la lotta: restare.

sibel non è bella
cahit è alcolizzato
tira di naso e scopa e sputa
si muove come una tigre
ti mangia via gli occhi
fa entrare il suo cuore

mi innamoro di sibel
di quella dolcezza terrificante
che mette gli occhiali ma nuda
è la pura belva d’amore

e poi finisce.
è così.

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neg azione

Sì.
Dalla gola del lupo alla tua bocca il sì della prima fienagione – distesa
alla soglia del sì – oscurata –  ceduta alle mire, nei campi – coi lampi alle unghie.
Scavallata sul dorso del sì il sì della selva.
Quanto ancora mia, quanto mai nel sì che assesta la frusta
– e colpi di lingua e sì giù dalle gole.
Presa di schiena mi invero – più dolce, più  alta dell’acqua.
E lenta – muta – ai tuoi piedi legata – negata – sì.

 

Geoff Brown

foto Geoff Brown

Col grano aperto dall’estate

Col grano aperto dall’estate
quando le more si fanno granata
e voci dondolano alle finestre insieme alle gonne,
segui l’orma dei larici.
Li vedrai salire al candore degli uccelli,
liquefarsi sopra le ali alle montagne.

Il loro clamore curva la saggezza delle pietre
mentre la frontiera arde dietro le grate.

Poiane bucano dai corpi a frotte.

Lentissima l’aria fa terra. Viene.

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iole toini

 

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una lente brucia l’aria
infiamma la terra
e l’occhio allarga
mentre una lingua
di colore stempera
questo tempo
che ancora si rigenera
e grazia di un ingegno
oltre ogni misura
egualmente diffonde
e spartisce ovunque
in ogni cosa.

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Fernanda Ferraresso

 

DI QUANDO UN CERTO APLOMB HA A CHE FARE CON LA BELLEZZA, DIO E UNA RARA SPECIE DI AVVOCATO

 

Si tratta di ravanelli
non proprio una delizia
semplici tondi rossi ravanelli
che Wallace ha messo in una poesia
in quel suo modo austero
come quegli uomini con la pipa
che se ne stanno fermi davanti alla finestra
mentre dalla grondaia cade una goccia – tic –
e intanto cala l’accetta -ssscciak –
e il ceppo si apre preciso
dicendo le cose così come stanno
Wallace ha acceso dei semplici ravanelli
come dei ceri
e ha fatto una signora poesia
e così sia.

 

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Il poeta è Wallace Stevens, la poesia ispiratrice CY EST POURTRAICTE, MADAME STE URSULE, ET LES UNZE MILLE VIERGES, in: Tutte le poesie – I Meridiani, Mondadori

I fiori mi hanno detto

 

I fiori mi hanno detto
di togliermi la maglia le braghe i capelli
di lasciare le chiavi e le funi
e di andare dentro il verde 
fino a quando brucia
fino a quando la pelle si brucia e gli occhi si bruciano
e le spalle e i fianchi e le corde lasciate a cadere si bruciano
fino a quando divento verde
e mi riempio di muschio e puzzo di fango
e mi disfo in melma e marcisco.
I fiori poi mi hanno detto
di restare ferma
anche quando la pioggia mi avrebbe sotterrato
e le radici mi avrebbero infilzato
e la terra mi avrebbe spinto
a impastarmi con altra terra.
E i fiori mi hanno detto
di tener stretta la paura
di tenere stretto il buio
di tener stretto il dolore
di tener stretti gli alberi la paglia il grigio
di tenere stretta l’aria
e il silenzio.
I fiori mi hanno detto
di credere a loro che sanno.

 

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foto : jindřich štreit

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già in Cartesensibili

Il bosco rideva se lo guardavo

Il bosco rideva se lo guardavo
nell’ora aperta dove il cuore frangeva
perduto, solo.
E nella sembianza di non essere –
cioè di essere pienamente e niente –
poteva – il cuore – forse poteva,
come la foglia accesa, come il taglio
della vallata o il masso – altro seguace della vetta –
come l’oro che ancora per un tratto
lasciava il volto arreso alle pietre.

E io a voler dire – a voler sapere
dire – la sagoma alla meraviglia assunta a fiore,
trascesa a radice – o tronco – o vetta,
discesa a confine certo del sì –
io – a voler percorrere a gola quel cespo
che aggancia il silenzio,
che me confonde – il sopra, il sotto,
che sua opera è fare,
che in me immensamente e ancora –

___________
iole toini

***

soffiava soffiava il vento soffiava la neve dal bosco
lontano fin sui tetti soffiava e imbiancava
le nere lavagne delle lastre e le strade spazzava
sferzava i campi i rami degli alberi secchi spezzava i candelieri
accesi dal freddo e intirizziti dal gelo del ghiaccio

soffiava soffiava il vento soffiava
e le neve si spargeva come farina sulla terra
un silenzio misurava passo dopo passo in tutta la sua corsa
e fermi i prati con le pietre recintavano un’area generosa
dove qualcosa riposava quieta in quella pace profonda

e soffiava soffiava il vento soffiava con mulinelli e lunghi giri
di corsa raggiungeva la strada più alta
saliva dal basso della terra verso l’alto di un cielo di nuvole
soffiava e grattava quel soffitto incurvato che voleva mettere
radici in questa zona di solenne preghiera

a primavera mentre ancora più adagio più lento soffiava
tra i prati le sue messi raccoglieva
poi si allontanava e per qualche tempo si azzittiva

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Fernanda ferraresso

tassinari

foto di Michele Tassinari

dio ranuncolo

Dio ranuncolo fammi crescere dall’ala
della montagna dove la vanga non può conficcarsi
e l’aria esiste per i prati che ridono
e tutto è smisurato
di bellezza anche la terra pregna di fango
che sgrava la vacca, che fa morire il vitello

fammi essere quel vitello
che marcisce
per concimare le radici del tuo esempio giallo

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la gioia del poco

l’entrata dell’erba la precisione con la quale gli alberi dicono ancora il sostare della parola l’ombra bambini appesi ai fiori e bandiere e gialli spalancati rossi e neri e labbra schiuse a fiocchi corpi sorti dai coriandoli voci fuori il mare la gioia dell’insieme

avere il poco  avere il poco poco non avere nulla le mani tese  – cuore
cuore cuore

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Piazza Duomo

Piazza Duomo e il podere della mia pancia
che continua a credere ai tordi, alle lumache,
agli svincoli della pelle con una chiarezza
che mi intimorisce. Senza dubbio
ho avuto qualche trauma infantile.
Ne sono certa quando guardo ragazze
che attraversano il parco
sotto gli occhi famelici  dei castani:
nel bel mezzo della falcata del sole
questi tipi  gorgogliano la loro più vera
somiglianza con l’uomo calvo.

Ma la piazza non se ne cura, i ciottoli
continuano a farsi calpestare da persone ignote ai più,
i bar si sporgono, fanno l’occhiolino interessati;
tutto noiosamente comune all’ordine tanto caro ai piedi.

Ma torno alle mie certezze, tipo che da qualche parte rinascerò prato.

Intorno  intanto  altri alberi viaggiano spregiudicati
dichiarando la mia distanza dalla loro altitudine
direttamente proporzionale  alla certezza di esistere.

Ioana Cîrlig

Ioana Cîrlig