sono cosa

Se un giorno sono stata un albero allora ha senso questo tremare

che sale dalle braccia ogni volta che dalla finestra entra il sole

e mi fa viva di un qualsiasi luogo

fino a poco prima spodestato dalla luce.

 

Ha senso tremare dai piedi fino in bocca

dove vorrebbero nascere parole

capaci di levarsi come l’erba dopo che il vento l’ha piegata

e dire grazie

di questo moto che mi rovescia e schianta

 

anche quando il fiore più piccolo – che sembra aspettare proprio me –

col suo dire silenzioso dichiara che non vi sono dubbi

e basta crederci; persino se mi sento persa

e non trovo posto, e ho una gran paura.

 

Se anche io ho avuto radici, anche io ho viaggiato senza camminare

e davanti alla soglia di una casa ho attecchito senza far rumore

e ho lavorato un orto e dato frutti

e senza toccare altro che l’aria, ho amato.

 

Così entro nel bosco come fosse la mia casa

e l’albero che sono stata saluta tutti gli alberi

che mi levano all’azzurro semplice del sì –

nella traccia di una galassia muta,

un mistero che mi lavora in corpo come fossi terra

 

e se non basta pensarlo può bastare crederlo

che alberi e nuvole e vento

non sono solo alberi e nuvole e vento

Batte

Batte i suoi denti fioriti, i suoi ciuffi lanceolati, i suoi granchi di luce non sognati.
Sventola bandiere dalla punta di un raponzolo al rugare di un verme nel tronco.

Possibili sud scodinzolano all’occhio destro. Più in alto il sinistro si impiglia in forre di crochi e genziane. Entrambi si sgolano senza voce cercando quell’O che non sanno.

Schiene di delfini blu e grigi e verdi si tuffano nelle valli invitandoti a seguirli.

Sotto ai piedi zigano discorsi di neve. Non pettegola. Non inventa. Confida a un cespo di erba magra il suo fervore per il sole.
Ha senso un così doloroso amore? Il torrente dice sì, dice sì la soldanella e il ragno che sale la corolla; che esiste questo; che gronda rive visibili; che rive lontanissime e vere. Fa ascia. Spelle. Dice e disdice. Che esiste questo nonnome. Ti sgrana, ti sfuma, ti disfa e rifà. Esiste. Non smette di non parlare. 

L’ordigno che dà fuoco al canto

Disfarmi come fronda nella gola di un camoscio. Replicarmi nell’ala di un uccello per farmi picca che si pianta in petto. Cogliere il passo del ciliegio mentre slaccia i fiori e li libera alla solitudine della bellezza.

Se tutto fossi di niente, mi leverei oltre il siero della luce a toccare il molto dei volti, l’ordigno che dà fuoco al canto.

Paesaggi – l’uomo naturale

Nel fuorisole liquido. Noia dilavata. Cavallette inseguono meraviglie.
Luglio schiuma quasi vero sopra i visi dei bagnanti, sui corpi seminudi, seminati armati di untuose attenzioni che modellano superfici.

Sui teli i bip dei cellulari  – Ice gel and tel you are beautiful –

L’acqua favoleggia continuità nella misura in cui sanno diventare similerba, pastura per la faccia.
Sembra un tempo felice.

Fra le gambe si aprono riviste.
Pag. settantasette regime dietetico: il tuo programma per sconfiggere il mostro sotterraneo.
Siamo resistenza. Inesistenza. La grande lotta che lucida paccottiglia.

Sopra tutto è la solitudine .
La pornografia ha il suono livellato da un altoparlante.
Sovrastare per esistere.

Pag. ottantasei, parole crociate, caselle nerebianche, bianchenere, facilitate.
Il vento fruscia le pagine come ali di allodole.
Mucche si apparecchiano sull’erba. Frodano percorsi di formiche.

Si attenuano le ansie, qui.
I colori si squamano sui risvegli domestici.
Si ritemprano sottintesi.

Pag. due: nero su nero, il tuo tempo sector adventure.
L’eternità figlia facili altitudini.
Si rischia il movimento fantastico che accomoda in sembianze di assoluto.

Uno splash frena il grido di un bambino. Un singulto.
L’abominevole desiderio galleggia sul fondo.
Che sia inappagabile è la condizione per le braccia che si sporgono e per quelle sospese, paghe di sé.

La donna giace sul verde stinto, tette all’aria.
Il sole sostiene il suo torpore. Sul grande cuore, sulle mele, sulle farfalle scure.
Finge distrazione alle dita, sfiora il sogno blasfemo. E tenta sé.

Da dietro le lenti l’apnea raschia il delirio della possibile fatica.

Nella busta

Nella busta ho messo la parola albero e le fronde bagnate dall’ultima pioggia.
Ho guardato la tavola e c’era un’arancia; l’odore è entrato insieme al pensiero del succo che cola aspro in gola.
Un picchio ha fatto il nido nell’angolo; qualche pagliuzza si è impigliata al tuo nome.
Quando la aprirai, sentirai il fiato carico di neve che è caduta stanotte e il crocchiare delle mie scarpe che lasciano le prime impronte.
Poi farà capolino la parola maggio e le gemme ti fioriranno gli occhi e la parola bacio le sfiorerà e l’erba aprirà l’asfalto e la gioia spunterà e spunterà.

Firenze

Firenze le arriva dritta in gola. Tredici anni; le scarpe ancora zuppe di latte. Affretta i passi dietro gli altri. Negli occhi ha un burrone di paura. 

C’è odore di muffa sulle pietre schivate dalla luce. Le scarpe nuove le vanno larghe. E sono orrende. Sua madre gliele ha prese proprio per la gita di classe “così ti vanno bene anche l’anno prossimo”, “…metti due paia di calze, che stai anche più calda”. Arranca cercando di tenere il passo alle compagne. 

Francesca ride allacciata al braccio di Giulio; invidia la sua spensieratezza, quel modo di stare in mezzo alle cose col viso pieno di sole. Carla e Rosi si stringono l’una all’altra e ridacchiano. Hanno le felpe allacciate in vita. Guardano i ragazzi e i ragazzi guardano loro. Allunga il passo; cerca di dire qualcosa; tutto vola via senza toccare terra.

Nella camerata della pensione di bassa categoria dove alloggiano, ci sono sei letti e un lavandino che gocciola. Ha sete. La notte si alza e beve a piccoli sorsi dalla mano. L’acqua sa di ruggine, le brucia in gola. I soldi sua madre glieli ha cuciti dentro le mutande. Giusto qualche spicciolo nel caso ne avesse proprio bisogno. Ogni volta che va in bagno ha paura che le cadano nel buco.

Francesca è la più carina. E’ spiritosa e gentile. I capelli folti le scendono fin sotto le scapole. Vorrebbe dirglielo che è bella. Finita la colazione la vede avviarsi in mezzo al gruppo. Giulio la avvicina e proseguono insieme; le cinge la vita come avesse fiori nei fianchi. Forse più tardi si baceranno. Si ferma a guardarli. Le loro bocche. Vorrebbe guardarli per sempre. Poi solleva gli occhi. In alto, comignoli, lontanissimi. Al suo paese solo case basse, case che ci stanno tutte in uno sguardo, fanno l’amore al buio, spingono le parole in  gola. Non urlare, dicono.

del più bianco

del più bianco – fittissimo bianco – altare immobile e veleggiante – veggente del qui – ogni cosa traboccata – dal bianco sopraffatta – fatta chiarissima – alata ululata – aria magmatica e –
acqua e acquacielo – e –
luce che da sotto sale –
ben decisa a fare

della farfugliante radura – mormorii – cremosi bisbigli – dicono, dicono – della gonfissima luce – svettante lembo di lingua – lingua le frasche – lingua le tracce che indicano – dal basso stralucente – levata a pino cembro, a frassino – a foglia traslucente – 
ben decisa a fare

in becchettii di puff – in grillichesaltano – in gemme e cricri e nuovo tutto – e tutto che può, che coprendo scopre – che silenziando canta
le cose come stanno

il tamtam passa dalla robinia al tordo al più piccolo piccolo – e trema 

qui a fare
la nevenascita
che spacca
e risana
ben decisa a fare – fino al granodibocca che fa la-lla-llal-la 

Niente di tiepido

E vede branchi di rocce al galoppo; blu elettrico giù dai dirupi. Il fiato è infilzato; i denti trapassati da nasse di luce. Fiocinato in alto il corpo si sconquassa.

Niente di tiepido qui. Neve oltreneve a fiotti nel cervello. Intorno rollano lance di larici. Nessun romanticismo. Un corpo eccelso sbrana morbidi incontri. La neve barrisce, famelica come un’amante. 

Spalancata di oh la gola è una gallina sgozzata. Fermenta e scoppia. Leccata come un vitello dalla lingua del pietrame. Su, fino al collo del crinale che febbricita eccitazioni.
E’ un animale sgusciato. Solo bocca. Squame e bocca. 

Sul pendio alcune capre pascolano l’ultima erba. Il cane abbaia e le rincorre.

Inciampa.
Più terrena di così non sarà mai, lo sa. La strada è quella giusta. Non è un segreto. La cengia, la cresta erbosa, la torre di granito. Luogo vivente e stravivente.

Si lascia brucare, sferzata dalla luce. Sbam. Sbadabam. Viva. Sotto il cielo che supera.

Una presenza molesta

Una presenza molesta – la mia forma umana – capace di farmi credere alla luce e che esista un altro fatto intoccabile come l’amore.
In effetti esiste; se ne sta sui rami, fra i prati o nella torba; a volte anche nella carne e nell’arte. Soprattutto nella natura. 
Confida nel mio ascolto e che non cerchi di riporlo nella scatola delle certezze.

Un pensiero tagliente e feroce e senza riparo. Mi permette solo di far coincidere la mia inconsistenza con la certezza  della sua esistenza. 

Certo è che sono labile e che sparirò ben prima di istruire la bocca alla sua rinuncia.