Montagna rossa

Montagna rossa. 

Montagna blu.

Montagna senza peso.

Montagna dell’oro vero.

Montagna salvavita.

Salva buio della mente.

Montagna ogni uomo è libero.

Montagna ogni donna è libera.

Montagna senza illusioni.

Montagna Borges Rimbaud Simone Weil.

Verità.

Nei fuochi del big ben.

Giustizia.

Montagna guida.

Montagna denuncia il lavoro nero.

Montagna denuncia la schiavitù del lavoro.

Montagna denuncia la schiavitù del denaro.

Montagna denuncia il crollo dell’uomo.

Montagna denuncia i muri nelle teste.

Cavalli al galoppo sulle barriere.

Vortica il volto delle donne.

Vortica il sangue ammazzato. 

Vortica pregiudizio oppressione.

Vorticano gli schiavi senza terra.

Lampi gli occhi dei bambini.

Dagli abeti sale il singulto.

Dalle pietre, dai ghiacci, dagli orti.

Dalle fabbriche, dai condomini di periferia, dal cantiere del bonus 110,

le stazioni di notte lungo i marciapiedi,

i volti dei folli, i giustamente folli, i catapultati fuori,

la conta delle percentuali, 1500 pezzi l’ora, fai andar le mani, teste ciondolanti, volti lattescenti

rendimento produzione alienazione.

Il sole è un proiettile.

Il cielo è molto blu.

La pioggia è un deserto.

Kiev è nella polvere.

Nella polvere è l’uomo.

L’uomo è un tumore.

La terra ha l’uomo.

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amorchanulloamato

Nel becco del nibbio, le valli, i boschi, un salire di fiori, un trapassare di fuochi, aperte le correnti, e vedovelle e nigritelle in macro tuttoverde. La voglia mi rade al suolo fino al dolore. Prendimi due tremila volte, a soffione sul dorso dei pini. Nella noce dell’aria che lecca sui tronchi muschio e formiche. E felci dentro felci, e trame di verdi, e altri verdi ancora, su, all’inizio dell’acqua. Tu – grandemente non umana – bocca di nebbia e nuvole, soffiami dalla cannuccia nel tempo tuo vastissimo. Tu, più che umana, altra.

Somiglia al mare

Somiglia al mare questo dirsi cose. Nelle voci che si toccano, il blu dell’onda che lega l’acqua al vento, come ossa alla terra. Profondissimo silenzio canta il sangue quando nessun grido confina l’angoscia e la pietà rimanda l’urlo del fondale. Ci sorregge il volo degli alberi. Cose mute aprono al suono della pioggia, alla zolla ossigenata dalla neve. Somiglia e non somiglia. Nessun tempo. Nessun tempo fa del vuoto il sole. Come un’onda, il cielo sopravviene quando tutto è smarrimento, quando il bianco recita il codice segreto delle piante che arano le vene a nuovo verde.

Stanno tutte lì

Stanno tutte lì, la cosa più bella del mondo e la cosa più brutta del mondo. Stanno dentro quel volto smunto, nella bocca sdentata. Strisciano da una parte all’altra del seggiolone, insieme alla mano che va, e torna, senza soluzione. 

Il refettorio è vuoto. C’è odore di disinfettante. Il sole entra lento dalle persiane, si ferma a metà del muro. Il silenzio sa di terra secca. L’uomo è seduto ben legato. A tratti si sentono le dita correre sul piano del seggiolone. Avanti, fino a raggiungere il bordo. E ritorno, fino all’altro limite. Gli occhi ridono di tenerezza. Lui è proprio lì, dove vagano le sue mani, sul duro della formica che tenta di ripulire da invisibili scorie. È là, nel dondolio di un ramo carico di pioggia, atterrato in un prato che gli scorre tutto addosso, il verde dell’aria sospesa sui palmi.
E ridono i suoi occhi, anche quando qualcuno lo prende sotto le scapole, lo alza come un infante, lo adagia sotto le coperte. E’ ora di fare un riposino, dice una voce. Lui non smette di sorridere, guarda il muro, dalla parte della pioggia, lo guarda che canta e insieme a lei canta il soffitto, e canta l’armadio, e cantano i suoi occhi, e le mani cantano da un prato all’altro del lenzuolo.

Il dolore senza il dolore è una veste bianca e respira.

Bambolabomba

Una cosa piccolissima.
L’incidente frontale.
Sui prati imboccati di soli.
Una nitroglicerina.
Pic-co-lis-si-ma-che-quasi-non-c’era.
Era
chiodo lanciato di gola.
La cannonata.

Quanta grazia che albeggia dai cigli. Quanto oro sul cespo di nervi.
La rozzezza fiorisce il cervello.
Onnipotenza.
Quando i campi lavati di sole
cedono alle vene la scarica elettrica.

In tiri di carne l’oriente leva vittoria; un’orchestra di lingue dentro le lingue; le aste nelle salive.

A rapidi colpi le moltitudini.
Sud sud sud. Gli orizzonti presi di mira.
Affiorano rossori.
E strappi mugolano. Benedetti spolpamenti – svelamenti.
Branco che azzanna ricchezze dove i soli, ah, i soli!

A nidiate, le dita friggono la vacca morfina.
Miss si inerpica sulla saliva, si sonda
con la carrucola infilzata di vena.
Ringhia.
Una sola sniffata.
E professa i fianchi come uno splash di delfini.
Poi chiude bottega.

Vene di noccioli selvatici

Vene di noccioli selvatici. Poi fitte di felci lungo il sentiero. Poca erba fra i cumuli dei sassi. Il torrente schiocca la lingua. Le foglie si chinano cieche. Il sole stacca spicchi per la libertà della polvere. Senza dubbio qui si ama. Restiamo appese alla luce, nel corpo delle cicale e di un pensiero che esalta e smarrisce. Ognuna a un passo dal dire qualcosa. 

Un girino in una pozza si prende i nostri occhi, li lancia lontano. Gilla si ferma, guarda quello che io non vedo. Qualcosa le fa a tocchi gli occhi; un pezzo le scivola alla bocca che apre, deglutisce, apre ancora. Tutto di tenerezza. Il buio infila dritto l’altra terra. Noi che non esistiamo. Così la solitudine si inventa la dolcezza mentre la luce dondola e dondola.

Estate

Estate a passeggio fra le rose
quasi vere le cose portate dall’aria,
i cani a passeggio,
due amanti sulla panchina.
Lui la stringe.
Lei piange.
Un’aria di vetro leva un volo di musica araba.
Una donna è seduta a un tavolino di un bar
chiuso per ferie.
Gli amanti si baciano.
Lui la stringe più forte.
Lei non smette di piangere.

Ferma in mezzo al giardino faccio
il giro delle cose che si vedono
convinta del loro esistere
nell’istante che si contorce al calore
di un’estate qualunque.

Con precisione a quel punto annuso un bizzarro odore di mucca.
Una donna ucraina toglie uova dalla borsa. Mi chiede una via.
Non sono di qui, rispondo.

Valentino esiste

E’ seduto al tavolo dello stanzino vicino alla cucina. Sono le sei, il padre sta cenando. Alla tv danno un talk show. La conduttrice chiede a una tipa come fa a mantenersi così bella alla sua età e la tipa, visibilmente compiaciuta, dice che una vita priva di eccessi, niente fumo, niente alcolici: equilibrio, quello il segreto. Il padre alza lo sguardo dal piatto e fa segno verso il mio cane che scodinzola sulla porta, ci dice di lasciarlo fuori, di legarlo da qualche parte. Poi riprende a mangiare la sua minestra e non si cura più di noi. 

Quando abbiamo suonato non pensavamo di entrare, volevamo solo vedere Valentino, regalargli un cappello da vigile che Luca aveva recuperato in un mercatino. Volevamo vedere il suo viso sorridente mentre se lo provava, sapere della gioia che avrebbe avuto sfoggiandolo lungo la strada dove dirige il suo traffico.
La madre fa dentro e fuori fra cucina e stanzino “Valentino…, vieni,ti cercano… vieni, vogliono te!” … “Quando è così non sente niente” ci dice. Penso che non vorrei essere qui, in questo luogo scoperchiato, dove ogni intimo pudore è stato tagliato a fettine, dato in pasto a chiunque senza ritegno se ne voglia cibare.
Mi avvicino alla porta dello sgabuzzino: è buio e stretto. Valentino è seduto a un tavolo appoggiato contro il muro. Sta sbracato, come si sta all’osteria quando si è tristi e si è bevuto troppo. Della bava gli corre lungo gli angoli della bocca. Sorride col volto rivolto al muro, e scuote la testa per dire che no, lui non si muove di lì, per quanto la madre lo possa pregare, per quanti cappelli da vigile, o dromedari, o nidi di aquile avremmo potuto regalargli, lui non si sarebbe mosso.
La madre ci racconta che nel pomeriggio è venuto Francesco, un loro vicino; Valentino lo ha  aiutato a sistemare la legna. Così, prima di andarsene, Francesco gli ha promesso che gli avrebbe portato le figurine. No, Valentino non si sarebbe mosso, nemmeno per mangiare, nemmeno per dormire, lui sarebbe rimasto dov’era, ad aspettare quello che gli era stato promesso.

Io e Luca ci sentiamo imbarazzati come lo è chi spia da una serratura, colpevoli di non saper seguire Valentino dentro quello stanzino, nelle sue braghe lise, nei suoi 40anni tirati via dalla luce,  in quelle figurine che senza di noi stavano atterrando proprio lì, nel centro di quella stanza senza peso, portate dal respiro di Valentino, dal suo sorriso sdentato, dai suoi occhi lavati di fresco.

sono cosa

Se un giorno sono stata un albero allora ha senso questo tremare

che sale dalle braccia ogni volta che dalla finestra entra il sole

e mi fa viva di un qualsiasi luogo

fino a poco prima spodestato dalla luce.

 

Ha senso tremare dai piedi fino in bocca

dove vorrebbero nascere parole

capaci di levarsi come l’erba dopo che il vento l’ha piegata

e dire grazie

di questo moto che mi rovescia e schianta

 

anche quando il fiore più piccolo – che sembra aspettare proprio me –

col suo dire silenzioso dichiara che non vi sono dubbi

e basta crederci; persino se mi sento persa

e non trovo posto, e ho una gran paura.

 

Se anche io ho avuto radici, anche io ho viaggiato senza camminare

e davanti alla soglia di una casa ho attecchito senza far rumore

e ho lavorato un orto e dato frutti

e senza toccare altro che l’aria, ho amato.

 

Così entro nel bosco come fosse la mia casa

e l’albero che sono stata saluta tutti gli alberi

che mi levano all’azzurro semplice del sì –

nella traccia di una galassia muta,

un mistero che mi lavora in corpo come fossi terra

 

e se non basta pensarlo può bastare crederlo

che alberi e nuvole e vento

non sono solo alberi e nuvole e vento