guerriglia

 

Rasa al suolo – vinta – un corpo senza voce senza scudo,

piegata nuda, priva di parola, per ora ancora viva, troppo viva

e inutile per i prati sopra le mattine, per le case, il vento appeso

alle finestre, inutile alle costole ai gomiti alle fabbriche;

sconfitta come un sasso dentro un’abetaia, il traffico alle cinque,

vana per l’Hiroshima che mi rolla dentro il sangue

e mitraglia il suo fungo silenzioso.

Un’aquila si annuncia negli occhi della ragazzina.

Punta al cuore.

 

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da: Spaccasangue, le Voci della Luna

yamamoto masao

 

La casa rossa

Bum bum, un pesce duro come il piombo saluta le mie budella,
mi spacca dove una volta mi ha messa incinta.

*

La casa sta dritta come uno spillone in mezzo alla campagna.
Un viale conduce alla porta.
Rose rampicanti e more.
Muri bianchi come la spannatura del latte.
I mobili conficcati al suolo.
Le pareti come solchi in terra cruda.

Un soffio dondola il rosario appeso al muro.
Le finestre mugolano come bocche svuotate.
Sullo sfondo, gialla come un occhio malato, la stanza senza orologi.
Dopo, il buio prima di essere nato.

*

In cucina c’è una donna seduta sull’orlo
della memoria E’ grassa.
La pancia è un cocomero che preme
come un grimaldello contro la porta.
Cerca la toppa, infila le dita.
Le intinge, le lecca.
La donna mangia, si ingozza.
L’unto le cola dal mento.

Fuori dalla casa ogni cosa è bianca come nevicasse Dio.

Nella stanza sopra è notte.
Una ragazza si rigira nel letto.
Su una sedia una gonna con l’orlo sfatto.
La casa nuota il buio.

Uno specchio rimanda la ragazza.
La infila come una perlina.
Respiro dopo respiro.

*

Nella stanza accanto gioca una bambina.
Un petalo per ogni ditino.
Un dito in ogni buchino.
E’ la bambina senza pelle, senza le corse, senza uno strillo.
La santa bambina del buio.
Nasce nel sogno.
Tutte le volte che chiude gli occhi
l’astronave l’atterra al centro.

Quando non gioca si sdraia
vicino all’uomo che dorme
dentro di lei.
Lo sente contro il ventre,
duro come un torsolo di mela.
Lei muove i piedini, si annoia.
Aspetta di nascere
dalle ossa dell’uomo, dalla sua faccia
rugosa, dalle ciglia, dal sesso
lungo come un’esplosione.

Una goccia scivola la vasca da bagno.
Un’altra si gonfia dentro il rubinetto.
Il suo peso come un’esca.

Fuori, scaglie di prati si disfano
sotto i piedi di una mendicante.
Il vento le solleva le gonne.
Comincia a volare.
E’ un aquilone.

Lontano romba la falcata del mare.
Il sogno tonfa dentro la casa.
I mobili scossi alle radici.
Sulle pareti i quadri battono i denti.

*

In cucina la donna grassa tira uno spago legato alla maniglia.
Un colpo secco.
La porta si spalanca.
Entra il vento.
La casa sussulta, i muri
si stringono alle fondamenta.
Il vento li sfrega con una carezza.

*

La ragazza che dorme
ha una storia dentro la bocca.
Di notte la bocca si schiude,
le parole sgorgano come una bava.
La storia si srotola sopra un filo, entra nello specchio.
La ragazza si disfa come un gomitolo,
parola dopo parola.

Nella stanza accanto, la bambina
dentro l’uomo che dorme è calda come la cioccolata.
Diventa i denti, l’alito, il viso dell’uomo.
Si gonfia a ogni respiro.
Gli occhi come due campanelli mirano il vuoto.
L’uomo pompa un latrato nel ventre della bambina.
La bava lo schiuma.

Lontano, una folata rompe gli ormeggi.

Sussulti.
Schiocchi.
Colpi secchi.

La donna grassa inforca un’altra cucchiaiata.
Ha le guance lucide, tese come un palloncino.
E’ ferma davanti alla porta spalancata.
Il vento la scala come una montagna.
Si gonfia a ogni boccone.
E’ vicina allo scoppio.

La destinazione è la macchia
che si allarga rossa sul muro.

Ora la casa è matura come un bubbone.
Un cervello puntato all’universo.
La fine di qualcosa, di sicuro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

krims les – moms snaps

bille mandle, together

 

 

acquameraviglia

Arriva solo il vento             
lassù gira la faccia delle foglie   il giorno
col suo fiato fresco la notte
dentro una giacchetta leggera di lucciole
semina luci e  qualche grillo che ancora non sa
come far parte dell’orchestra dell’estate che viene
con la sua veste trasparente di verdi e assoli di usignoli
Si sente il mondo svanire
laggiù     dentro il passo dell’acqua
come una tenerezza tra le rocce e il sasso della dimenticanza

c’è qualcosa di segreto  
nascosto buio un perdono profondo
un mistero lento che vuole restare sul fondo ancora  da scoprire
e inerte dentro una casa praticata
musica di commozione che sgorga
facendoci carne che ascolta che freme che salta.
E c’è qualcosa che annoda il cuore
con una fune  d’ orzo
e brilla i campi in esplosioni di rami da silenziose memorie
un corpo
di  voce  come un filo di  fumo che porta
la mia in quella terra
come una nave chiusa
nel vetro di una bottiglia
finché la neve si scioglie e naviga

acqua sull’acqua
nell’acqua grande del fiume    
oceano di meraviglia.

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A Iole- 6 maggio 2012

- Fernanda Ferraresso -

Batte

di pietra e di fiamma batte,
e moltitudini d’ombre,
la carne del sole;
batte, torna, ritorna
più alta, più calda batte
già vuota, giù, calda di vero
prossima su,
sconfinata;
opposta batte
al guado altissima,
precipitata al fiore
or ora integra,
subito illimitata,
illuminata, batte

mario giacomelli

appunto

Una donna senza vene, una bianchissima neve.
Fragile come la vittoria. Perduta.

La commuove il fango, il filo spinato, la ruggine,
ogni cosa che si rompe, tutte le cose rotte,
lo stare senza, la fame, il seno grande di sua madre

 

andre kertesz

Colma e di grazia

bocca di luna e grazia, entrata luce non luce

che strabili le rotte, che spacchi il ventre dei pioppi e scoppi

le vene del prato; a tiri di bocca risalgo dove sei e mai ti fai

tu, gonfia di perfezione, nuda rotta delle acque aborigene

tu che fai del cuore supplizio o greppia danzante;

quanto andare la tua rotondità, quanto e mai nelle tue mani agghindate

dei rami bianchissima amante che scuoti il volo agli uccelli e liberi

ogni seme dal mare;  tornando a te torno alla mia bellezza

con un solo nome, sola, tu, essere di piena bellezza, piena

 

debbie fleming caffery

 

La bocca scomparirà

La bocca scomparirà nel fuoco
dell’oro calato dalla montagna
dove la mano minuta compone lo spazio
frammezzo alle parole.
Entra nel passo provocante del giardino
sommerso dall’ombra rigogliosa;
entra a far cesto allo scroscio.

La fronte trema toccata dallo splendore
di questa forma quasi umana.

Mai raggiunta, velocemente si sfa’ prima di qualsiasi cosa.

Resto piegata all’erba, sognante la forma aperta
dell’aria che cade dal ventre degli alberi
come un qualsiasi gesto d’amore,
mentre mi viene incontro – spasmodica -
mi lascia, amata, mai raggiunta, amata.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

mary ellen mark

 

e la bocca
è un alveare di mammelle
tante celle
di luce – la fede
tra la folla dei sensi
e un precipizio sotto il piede
il profondo sonaglio che misura il battito
preciso nel cuore del gelso
nel gelo sciolto dentro un bricco di latte
tra le stelle scese
per strade di lana e di specchio
nella mano di un vecchio e nelle tasche
di tutti i sognatori un sole come un vento
il respiro che ci tiene in vita
questo amore come un guscio
dentro il vuoto sospeso
nella lingua di un dio che non ha nomi
e la bocca
è un alveare – di mammelle tutte le celle
della fede una luce abbacinante
come qualcosa che ci perde.

- fernanda ferraresso –

 

 

 

 

 

 

 

 

 

mary ellen mark

a fiumi

 

A fiumi.
A colate di nubi.
Il tenerissimo buio.
Lungo-la-gola.
Amore bivaccato.
Amore rossorosso.
Sul ciglio.
Nel boccio del bacio.
Sangueparola.
Poi altro rosso.
A cieli inoltrati.
Altro eterno, mio
sconfitto amore.
Il fiore inchiodato.
Nel volo della foresta.
L’accesso che immola.
Per la luce interrotta.
L’anatra e l’inverno.
Per la luce interrotta.
La carne splendente.
Carne fragile, incandescente.
Elefantessa nei tiri di luce.
Fiorite le ossa.
Fioriti i templi e le lance.
Accende gli evviva.
Dove arriva. Se arriva.
India, india!

 

daido moriyama