la gioia del poco

l’entrata dell’erba la precisione con la quale gli alberi dicono ancora il sostare della parola l’ombra bambini appesi ai fiori e bandiere e gialli spalancati rossi e neri e labbra schiuse a fiocchi corpi sorti dai coriandoli voci fuori il mare la gioia dell’insieme

avere il poco  avere il poco poco non avere nulla le mani tese  – cuore
cuore cuore

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Piazza Duomo

Piazza Duomo e il podere della mia pancia
che continua a credere ai tordi, alle lumache,
agli svincoli della pelle con una chiarezza
che mi intimorisce. Senza dubbio
ho avuto qualche trauma infantile.
Ne sono certa quando guardo ragazze
che attraversano il parco
sotto gli occhi famelici  dei castani:
nel bel mezzo della falcata del sole
questi tipi  gorgogliano la loro più vera
somiglianza con l’uomo calvo.

Ma la piazza non se ne cura, i ciottoli
continuano a farsi calpestare da persone ignote ai più,
i bar si sporgono, fanno l’occhiolino interessati;
tutto noiosamente comune all’ordine tanto caro ai piedi.

Ma torno alle mie certezze, tipo che da qualche parte rinascerò prato.

Intorno  intanto  altri alberi viaggiano spregiudicati
dichiarando la mia distanza dalla loro altitudine
direttamente proporzionale  alla certezza di esistere.

Ioana Cîrlig

Ioana Cîrlig

Liliana Zinetti su Dei colori dei luoghi

In quali colori, in quali luoghi entra e con mano sapiente Iole Toini conduce il lettore? Si entra e ci si sofferma in un lungo respiro trattenuto tra alberi e boschi e ombre e cose che fanno una vita, che fanno una storia, condotti dalla dizione ferma e a tratti tenera dell’autrice.
Con versi eleganti (nel significato etimologico del termine) e con mano sicura, Iole riconferma il talento che già aveva rivelato il precedente libro.
[…]
continua su Spaziozero

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giallo e pastore

Lo abbiamo incontrato dove il sentiero si apriva,
l’uomo delle pecore ci ha detto “è uguale”
potevamo passare davanti alla sua casina
o prendere l’altro appena sotto,
“portano tutti e due dalla stessa parte”.

Poi  ci ha raggiunto più in alto.
Stavamo raccogliendo tarassaco per farne miele.
Ci ha salutato come ritrovasse vecchi amici;
ci ha chiesto cosa ne facevamo di quei fiori così
ovvi per il prato, speciali per noi che avevamo
quel dolore nel petto. “Il miele” ho risposto
“e come si fa poi questo miele…?”
era una cosa che proprio lui non sapeva, ha detto.

E intanto gli alberi ingrandivano il pensiero
che credeva pieno alle parole dell’erba e delle pietre,
dicevano “senti?, lo senti quanto è
poco ciò che vedi?”… e una folla di sangue si accalcava
verso l’altro posto.
Per quanto cuore cercassi, non ne avevo abbastanza
per tutto quel blu, per i prati, le foglie
e rami e rovi e girandole di bene
mi fischiavano nel petto come frecce

Il sole cadeva dalla cima di cose altissime
e cadeva dalla croce del petto del pastore,
gialla come il tarassaco e lui era vero
bene che potevo davvero vedere così
di terra e odore di pecora
che mi faceva gran male il cuore

Scendendo a valle di nuovo ci siamo salutati ormai quasi parenti.
Piovigginava, aveva la gerla a spalle;
le pecore sono scappate come ragazzette,
“… fanno così …non sono abituate a vedere gente …”.
Gli ho chiesto se potevo scattare una foto,
lui ha alzato lo spalle e si è girato verso le pecore.
“Pensavo che la facevi a loro …”,  “a te”, ho risposto,
ha sorriso con la sua bocca sdentata e si è messo in posa.
Poi ha alzato il braccio in segno di saluto e è corso dalle sue pecore.

Ciao pastore, ciao.

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delle cose scoperte

Splendono. Quello che si può dire.
La voce dei noccioli freme contro la gola della rugiada.
Quando l’erba schiude l’oro, si fanno arrese al silenzio.
Per quell’esile suono di sconfitta, avvengono.
Ora stringono le bocche. Sono nodi da percorrere.
Che sia bellezza la sottrazione!
Il cielo vien giù sui mattini, scuote le finestre fino ad aprire il dolore.
Quando non sapranno più nulla e avranno tolto ogni velo al costato,
infioreranno i corpi dei rovi per le ghirlande che si porranno sul capo.
Quando non sapranno più nulla, quando insieme non sapranno più nulla,
la limpidezza – intera – avverrà.

 

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inamora

Salta fuori che è come in quel film con Debra Winger che fa la bellezza con gli occhi calati sotto al cappello da Cowboy e John  che muore ogni volta che lei colpisce le anche sul toro meccanico

ferma alla riva sposti i capelli li lasci cadere nel lago che ti muove lenta, mentre l’aria ti percorre con la sua curva alta ti porta via

emila-medkovc3a1-autorretrato-1953 emila medkovc – autoritratto 1953

Cara casa,

da te torno ogni volta che viene a mancarmi l’onda delle tue pareti. E io che sono contadina, che amo la gloria aspra delle montagne, i sassi erti, le discese, io con te mi faccio acqua. E’ un mare che entra da lontano. Lo posso sentire avvicinarsi quando ancora sono tufo. Posso toccare lo scavo che lascia, proprio qui, nell’ansa della scapola. E’ lì che si radunano memorie di corpi portati da maree alte come il sonno. Lì, squama a squama stacco paglie per il nido, e onde per il blu della fame e ossa antiche che proprio io ho spolpato. Le uso per raccontare.

Dentro la casa si raduna una folla: sono uomini, sono donne, sono rami di pioppi, celle, lame rugginose, sono fitti silenzi giusti a far sentire i colpi di quando uno muore.

Oh, abitarci è una fortuna!

La tua forma apre soglie verso le grandi e belle : carni che non sapevo di avere, carni di madri che hanno raccolto legna, fatto zattere di terra, seminato campi dove rigogliosa canta la nave. E’ il bastimento che batte orme di ceneri, batte e conta uno a uno tagli da cui escono balene che conducono a paesi straziati, codici di innesti atroci e fughe e silenziosi atti eroici.

Chi mai vorrebbe dirsi altro da qui? Io no, io che vi sono nata immersa.

Ho una corolla dentro questa casa, ho gambe senza radici perché non c’è luogo natale qui, non c’è chiesa e non c’è una sola storia giacché storia è ogni cosa nata e non nata che segue l’ansa quando ancora è placenta. Cara casa che mi levighi come creta, oggi dico lontana lamerica, vicinissimo il cuore.

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Vivien Maier

averla

averla vista salire senza voltarsi – sapere che non
avresti voluto che si voltasse – pensare di ricordarla
nell’istante che andando via sarebbe rimasta
– gigantessa – nel vortice degli alberi che battendo le ali
salivano con lei  irrimediabilmente – anche loro – perduti

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 Milosz Wozaczynski

Lo spazzolino da denti che cercava una poesia  

 

Mi apro nel luogo muto, inghiotto la testa di Sylvia, la sua lingua
volata dentro l’arnia di tulipani troppo rossi.  E’ calva come la luna,
balena bianca schioccata dal segreto nella lunghezza incontenibile.

La sua penisola luccica dentro i campi incolti.
Misura improponibile al silenzio.

La chiamo in pasto al buio, le chiedo sottomissione.
Dentro il suo ospedale mi curo.
La percorro alfabetica come una salvezza.

 

I piedi galleggiano sul sagrato. Forse vorrebbero fare un saltello
o rizzarsi come un fungo aspettando che qualcuno inciampi.

E’ rigogliosa. Ha terra dentro la bocca. Dalle narici le salgono larve,
le trapassano il cervello mitragliato da un fiotto elettrico.

 

*

Volevano renderti bianca. Inamidarti nella donna bionda.
Ma il multiplo ti scongiurava
mentre la pantera ti mirava col grilletto di Dio____ra_ta_ta_ta!

Tu volevi nascere pulita, guardare dalla finestra.

Concimavi il fiore morto prima di avergli creduto.

Hai imbottito di neve la bella famigliola, l’hai capovolta.
Con la tua lingua arrogante l’hai messa dentro una valigia.

Un giorno di febbraio Dio ti ha raccolta da sotto il tavolo,
ti ha svuotata dalla troppa infintà. Era molto invidioso
del bagliore che ti schizzava dal ventre.

Ti ha chiusa in un libro blu, sopra il mio scaffale,
da dove dondoli i seni freddi e coi piedi ticchetti
le parole che nessuno conosce.

*

Ti guardo come un feto in bottiglia: allungata, ossidata,
zuccherina.  Nessuno sa quello che ti manca.
Il vuoto ti colma.

La corrente ti avvolge materna, bocca dopo bocca,
ti spara a zigzag, illimitata.

Le tue dita a spirale seguono la mia lallazione
e io vorrei fiorire dal tuo cuore minerale, salire
dalla bestialità senza errore che ti ha smontata orizzontale.

 

____________

Nota:  Io non ho mai messo uno spazzolino da denti in un poesia. […] penso che le poesie [non] debbano essere troppo pure. Vi ammetterei perfino uno spazzolino da denti, credo, a patto che si tratti  di una vera poesia. Ma queste epifanie, questi spazzolini poetici sono molto rari.  – Sylvia Plath, Un confronto.

 

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