Stanno tutte lì, la cosa più bella del mondo e la cosa più brutta del mondo. Stanno dentro quel volto smunto, nella bocca sdentata. Strisciano da una parte all’altra del seggiolone, insieme alla mano che va, e torna, senza soluzione. 

Il refettorio è vuoto. C’è odore di disinfettante. Il sole entra lento dalle persiane, si ferma a metà del muro. Il silenzio sa di terra secca. L’uomo è seduto ben legato. A tratti si sentono le dita correre sul piano del seggiolone. Avanti, fino a raggiungere il bordo. E ritorno, fino all’altro limite. Gli occhi ridono di tenerezza. Lui è proprio lì, dove vagano le sue mani, sul duro della formica che tenta di ripulire da invisibili scorie. È là, nel dondolio di un ramo carico di pioggia, atterrato in un prato che gli scorre tutto addosso, il verde dell’aria sospesa sui palmi.
E ridono i suoi occhi, anche quando qualcuno lo prende sotto le scapole, lo alza come un infante, lo adagia sotto le coperte. E’ ora di fare un riposino, dice una voce. Lui non smette di sorridere, guarda il muro, dalla parte della pioggia, lo guarda che canta e insieme a lei canta il soffitto, e canta l’armadio, e cantano i suoi occhi, e le mani cantano da un prato all’altro del lenzuolo.

Il dolore senza il dolore è una veste bianca e respira.